martedì , 20 febbraio 2018
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Photo © Israel Defense Forces, 2011, www.flickr.com

Israele non cambia: Netanyahu sgambetta l’Europa ?

La vittoria elettorale di Benjamin Netanyahu influenzerà certamente le relazioni fra l’Europa e il Medio Oriente. Che l’UE debba concentrarsi sulle proprie frontiere meridionali è ormai chiaro a tutti a Bruxelles, indipendentemente dalle recenti elezioni israeliane: non è più possibile nascondersi dietro a grandi progetti multilaterali come la PEV, la Politica Europea di Vicinato, o il progetto concorrente lanciato dall’ex Presidente francese Nicolas Sarkozy, l’Unione per il Mediterraneo. L’alternativa però non può nemmeno essere l’intervento in ordine sparso, come in Libia, o la gestione solitaria da parte di un Paese come l’Italia di un’emergenza come quella migratoria. Come sempre, quando si parla di politica estera europea, servirebbe più coerenza e unità. Auguri.

Come si colloca la rielezione di Netanyahu in un contesto mediorientale scosso ora dagli attentati di Tunisi, in cui sono stati coinvolti anche numerosi cittadini italiani? La ricerca scientifica ha sempre individuato nel mai risolto conflitto fra Israele e Palestina una delle cause dell’insuccesso di molte iniziative europee nel mondo arabo. L’appoggio formale a Israele è spesso costato ai Paesi europei l’accusa di non tenere davvero a cuore gli interessi della popolazione palestinese e, di conseguenza, di non essere interlocutori credibili, spesso marionette degli Stati Uniti.

Gli eventi successivi al 2011 hanno poi cambiato irrimediabilmente le dinamiche politiche nel Grande Medio Oriente e reso l’approccio europeo ancora più datato. La PEV ad esempio si fonda sull’offerta ai Paesi partner dell’accesso a “tutto” (ossia il mercato unico europeo) “tranne le istituzioni” (ossia diventare membri dell’UE). Questo tipo di politica, di cooperazione così stretta, poteva funzionare con governi stabili, sebbene non democratici. Poi sono giunti i continui cambi di regime in Egitto, le conseguenze della guerra civile in Siria, l’esplosione della Libia, ora gli attentati in Tunisia, che rimane un’eccezione moderata in una regione in fermento: la PEV deve essere aggiornata, lo ha ammesso anche il Commissario Johannes Hahn.

In questo contesto, relazionarsi con Israele dopo le recenti elezioni diventa anche più difficile. Lo Stato israeliano rimane un’isola democratica da salvaguardare, ma le politiche di Netanyahu rischiano seriamente di alienare anche gli alleati più fedeli. I grandi protettori di Israele, gli Stati Uniti, sono oggi divisi come non mai al proprio interno, fra un Presidente che non sopporta il Primo Ministro israeliano e ne contesta le politiche (soprattutto quella sugli insediamenti nella West Bank), e un Congresso repubblicano che ne fa invece il proprio beniamino anti-Obama.

Che la posizione di Israele conti ancora, e molto, lo dimostra il fatto che Netanyahu sia diventato il portavoce dei Repubblicani contro qualsiasi accordo con l’Iran sul programma nucleare di Teheran. La rielezione del leader di Likud, che sarà presumibilmente sostenuto nuovamente da una maggioranza di falchi di destra, complica ulteriormente la strada verso un accordo, sostenuto fra l’altro anche dall’UE. Obama potrà anche concludere un’intesa, ma questa dovrà poi passare dalle forche caudine del Senato americano.

E l’Europa? Nel Vecchio Continente, le scelte di Netanyahu hanno spinto alcuni Paesi a esprimersi a favore della nascita di uno Stato palestinese. Nei mesi scorsi, una mozione di questo genere ha superato l’esame del Parlamento francese. Poi, a dicembre, anche il Parlamento Europeo ha approvato una proposta di risoluzione che identifica nella nascita di due Stati l’unica soluzione del conflitto. Una linea che è messa alla prova dalle dichiarazioni di Netanyahu immediatamente precedenti il voto: dopo le aperture degli anni scorsi, il Primo Ministro ha rinnegato questa soluzione, per poi fare qualche passo più accomodante nelle ore successive.

I governi europei avrebbero probabilmente preferito l’uscita di scena di Netanyahu, per confrontarsi con un governo diverso. Tuttavia, l’UE non abbandonerà Israele, pur appoggiando l’accordo nucleare con l’Iran. Riguardo il conflitto in Terra Santa e la risposta al fondamentalismo islamico in tutta la regione manca però una risposta organica, che vada oltre le condanne di rito e lo sterile appoggio alla ‘soluzione politica’ delle crisi. Prendere tempo non è più possibile.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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One comment

  1. La speranza e’ che ci sia un completo cambio di rotta al riguardo di Israele. Presente e passati primi ministri di questo Paese sarebbero stati tutti perseguiti per atti contro l’Umanita’ se i media avessero fatto il loro dovere. Oltre ai media, Israele ha sempre goduto dei favori degli Stati Uniti per la sua impunita’ e le elite di ogni Paese con i loro investimenti favoriscono tutti Israele come il salvatore dei loro benesseri anche se questo e’ alle spese di quanto sia giusto ed Umano. Siamo ora di fronte ad una breve finestra di tempo con il presidente Obama. Un opportunita’ unica sin dai tempi di JFK. Esiste ora la speranza che si ritrovi un nuovo equilibrio. Gli USA potrebbero tornare nelle mani degli Americani ed Israele potra’ vivere in pace dopo aver rinunciato all’ idea di essere un “popolo scelto”.
    A dimostrazione potrebbe essere un certo gesto di Uguaglianza offerto da Israele.
    Come lo sarebbe uno Stato per la Palestina.
    http://www.wavevolution.org

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