martedì , 14 agosto 2018
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La BCE e il tabù della guerra valutaria

Il tasso di cambio è l’ultimo rifugio dei banchieri centrali

Si è espresso così Benoît Cœuré, chiamato a rappresentare la Banca Centrale Europea in occasione del panel “Currency Wars and the G-20’s Goal of Strong, Sustainable, and Balanced Growth“, organizzato martedì dal Peterson Institute for International Economics a Washington, al quale hanno preso parte anche Robert Zoellick, già presidente della Banca Mondiale, John Murray, vice-governatore della Bank of Canada, e Luiz Pereira da Silva, vice-governatore del Banco Central do Brasil.

Il membro francese dell’Executive Board della BCE, subentrato nel 2011 al dimissionario Lorenzo Bini Smaghi, ha in qualche modo dovuto difendere la posizione europea all’interno di un dibattito che ha affrontato la possibilità, non così remota, che il sistema monetario internazionale collassi sotto il peso di politiche monetarie aggressive e svalutazioni competitive tra le maggiori valute mondiale. Così alacremente concentrata nel porre soluzione alla crisi interna ai suoi confini, in cui sistema bancario ed economia reale si trovano avvinghiati in un velenoso abbraccio, l’Europa mantiene comunque i gradi di grande potenza economica e la sua moneta, l’euro, è pur sempre la seconda nella composizione delle riserve ufficiali. Negli ultimi mesi la BCE è stata protagonista, al pari di Federal Reserve, Bank of England e Bank of Japan, di una serie di rilevanti interventi di politica monetaria attraverso ogni misura possibile, convenzionale o meno (tassi di rifinanziamento ridotti a zero, il cosiddetto Zero-Interest-Floor, e i vari programmi di acquisto a tempo indeterminato di titoli di stato) producendo effetti ancora tutti da indagare sull’economia reale, per ciò che attiene in particolare alla trasmissione di maggior liquidità dalle banche alle imprese.

Effetti certamente più sensibili sono invece stati rilevati osservando le fluttuazioni dei tassi di cambio, con le principali valute (dollaro, euro, yen) protagonisti di svalutazioni direttamente derivanti dall’aumento di liquidità a livello interno. Nel corso del suo intervento, Cœuré ha fatto riferimento a questi ultimi come normali effetti di politiche monetarie dedite a sostenere la domanda interna dei Paesi che le hanno operate, compensati a livello mondiale da interventi contrari di altre banche centrali. La possibilità che tali politiche, eufemisticamente definite “accomodanti”, finiscano per tradursi in svalutazioni competitive viene bollata come remota e, come già a suo tempo Mario Draghi , Cœuré si è speso per ricordare che il tasso di cambio rappresenta solo una variabile influenzata dalle politiche monetarie, ma non uno degli obiettivi dell’istituto con sede a Francoforte.

Un ultimo rifugio, per l’appunto. Eppure il rischio di una guerra valutaria è ben presente e i membri intervenuti nel panel si sono spesi per chiedere al G-20 azioni decise verso un coordinamento delle politiche monetarie a livello mondiale. I timori, ha ricordato Zoellick, sono gli stessi che hanno contraddistinto la crisi degli anni Trenta, con la differenza derivante dal fatto che un mondo globalizzato e altamente interconnesso mal digerirebbe reintroduzioni di controlli sui capitali o altri shock monetari. Opzioni, queste, tornate a palesarsi come possibili soprattutto per quelle economie emergenti che, come il Brasile di Da Silva, hanno visto l’arrivo di ingenti flussi di capitali in cerca di alte remunerazioni e di fenomeni di carry-trade, con la diretta conseguenza di andare a gonfiare i prezzi degli asset mobiliari e immobiliari nonché di apprezzare la valuta nazionale. Sullo sfondo, ricorda ancora Zoellick, il problema mal risolto degli squilibri delle bilance commerciali a livello mondiale e della conseguente allocazione di capitali dai paesi in surplus in asset di paesi stranieri, in particolare di quelli in deficit di bilancia commerciale. Valga per tutti, l’esempio delle riserve in dollari detenute dalla Cina che hanno contribuito al mantenimento di bassi tassi d’interesse sui titoli del tesoro americano, fornendo ulteriore liquidità a quella bolla poi definitivamente esplosa nel 2007.

Cœuré dimentica, forse, che poco più di un mese fa la Francia si era prontamente issata a difesa della competitività europea, invitando la stessa Banca Centrale Europea a fermare l’apprezzamento dell’euro seguito alle massicce iniezioni di liquidità, in particolare da parte della banca centrale giapponese. Lo spill-over delle politiche monetarie nazionali sul resto delle economie mondiali è una realtà nel sistema monetario ed il rischio che esso finisca per danneggiare i rapporti commerciali è testimoniato proprio dalle stesse reazioni di Parigi che, a differenza di Berlino, non può contare su un alto livello di competitività per rispondere all’apprezzamento dell’euro. Se è condivisibile la critica di Cœuré all’emergente visione panglossiana che vuole la svalutazione competitiva come un sostituto della cooperazione mondiale, si fatica ancora a credere che le politiche espansive delle banche centrali possano continuare ad agire nell’etere ancora per lungo tempo.

Serve un modello di cooperazione monetaria, finanziaria e commerciale le cui linee guida vengano dettate in seno al G-20: questo l’invito promosso dai protagonisti del panel. In che modo ? C’è la proposta di John Murray e di Bank of Canada, la cui “good solution” si compone di aggiustamenti fiscali e massiccia opera di deleveraging per ridurre l’esposizione debitoria di imprese e famiglie, accanto a riforme strutturali che facciano ripartire la crescita e rendano l’economia mondiale meno dipendente dall’attivismo dei banchieri centrali. Ad essa si aggiunge l’invito di Zoellick a rinsaldare i legami commerciali, nella sede del WTO o tramite accordi bilaterali al fine di evitare lo spettro del protezionismo.

Se la strada da perseguire è quella di un maggior coordinamento delle politiche monetarie e commerciali attraverso i forum internazionali come il G-20, la BCE deve agire come difensore dello stakeholder europeo, aiutando l’Europa a riprendere coscienza del suo peso economico a livello internazionale ed a tenere in maggior considerazione gli effetti del proprio operato sulle economie in ascesa. Con Stati Uniti e Giappone sono già state poste le basi per nuovi accordi commerciali, andando a smussare possibili elementi di frizione dovuti agli andamenti delle rispettive valute. Non altrettanto è stato fatto con paesi del calibro di Brasile e Cina, che non aspirano forse a detronizzare il dollaro dal suo ruolo di valuta di riferimento ma contano pur sempre, insieme al resto delle economie emergenti, per i due terzi della crescita mondiale nell’ultimo quinquennio.

Fermiamoci prima che si arrabbino!

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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