mercoledì , 21 febbraio 2018
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La crisi, il rigore e il cambiamento

Nelle ultime settimane si è andata diffondendo l’idea secondo cui il clima e gli equilibri in Europa starebbero rapidamente mutando. Questa considerazione è vera soprattutto se si paragona l’attuale contesto politico a quello di appena due anni fa. Solo nel 2011, infatti, la strana coppia formata da Nicolas Sarkozy e Angela Merkel governava di fatto l’Unione Europea. L’asse tra Parigi e Berlino, soprattutto in campo economico, era ritenuto fondamentale per guidare politicamente un’UE ancora largamente incompiuta. Nei mesi successivi, la crisi finanziaria dell’eurozona ha scosso i pilastri politici e valoriali dell’UE e ne ha profondamente mutato gli equilibri interni, lasciando la Germania in una posizione di quasi assoluta preminenza sugli altri Stati membri, inclusa la stessa Francia. L’arrivo all’Eliseo di François Hollande sulla spinta di una campagna elettorale all’insegna delle promesse di “cambiamento” economico, ha sancito la rottura dell’asse franco-tedesco e il costituirsi di una possibile alternativa al rigorismo promosso da Berlino.

La situazione oggi è mutata, dunque, ma non nella direzione che molti vorrebbero lasciare intendere. La corsa dell’UE per riparare il precario assetto dell’eurozona, salvando l’euro e i Paesi più deboli dalla bancarotta, ha portato a sostanziose riforme della governance economica. All’interno dei Paesi, soprattutto di quelli in difficoltà finanziaria, sono state varate riforme strutturali che daranno risultati in termini di  competitività. Il rigore, o per meglio dire l’attenzione all’equilibrio delle finanze pubbliche, è oggi un principio largamente riconosciuto dai governi e dalle istituzioni di Bruxelles, che si sono dotate di strumenti di controllo con i quali la crisi debitoria non sarebbe potuta esplodere. Il vasto progetto di completamento dell’Unione Economica e Monetaria lanciato lo scorso anno, infine, sta dando i primi risultati con il varo di un’Unione Bancaria funzionale a garantire la solidità del sistema bancario e a spezzare il circolo vizioso venutosi a creare tra banche e debito sovrano.

Eppure, presso l’opinione pubblica del Sud e la sinistra europea, questi nuovi principi continuano a suonare come un’imposizione di Berlino e della destra europea. Alcuni recenti avvenimenti sembrano avvalorare l’ipotesi secondo cui un’Europa prostrata da anni di austerità fiscale e politiche deflattive ispirate dal governo tedesco si stia rapidamente spostando su un sentiero maggiormente orientato allo stimolo pubblico per favorire la ripresa economica. Il durissimo comunicato con cui nei giorni scorsi il Partito Socialista Francese di Hollande ha lanciato uno «scontro democratico» accusando Angela Merkel di «intransigenza egoista» e di aver anteposto gli interessi dei mercati a quelli dei popoli europei, rientra in questa scuola di pensiero ormai maggioritaria nell’Europa mediterranea.

Le prese di posizione di esponenti della Commissione Europea, tra cui il suo Presidente Manuel Barroso e il Commissario agli affari economici e monetari Olli Rehn, hanno lasciato intendere che il tempo dell’austerità integrale era finito e che l’UE avrebbe mostrato maggiore «flessibilità» verso le politiche economiche degli Stati membri. Il tour europeo del nuovo Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta, inoltre, è stato presentato da molti come il tentativo dell’Italia di rimettersi politicamente in gioco, cementando intorno ad un nuovo asse con Parigi un fronte anti-tedesco capace di spezzare le “catene del rigore” e indirizzare l’UE sulla strada della crescita. Questa ricostruzione, a metà tra la suggestione e la speranza, dimostra una scarsa attenzione alla realtà. Il Governo Letta, sostenuto da una larga ed eterogenea maggioranza, è molto diverso da un esecutivo stabile e assertivo capace di dettare le condizioni in Europa. Più che una dichiarazione di guerra al rigore, il viaggio del nuovo premier italiano a Berlino e Bruxelles è sembrato un giro di presentazione dell’inedita “Grande Coalizione” italiana volto a rassicurare la Commissione e la Germania che Roma intende mantenere gli impegni economici assunti dal precedente esecutivo.

L’incontro di Letta con il Presidente Hollande ha individuato certo principi politici condivisi, in primis l’importanza di agire di comune accordo per spingere l’Unione sulla strada della lotta alla disoccupazione e dello stimolo dell’attività economica. Dopo un anno di governo, però, la posizione europea e domestica di Hollande è molto debole. Il venir meno della sponda “socialista” in Italia, a causa della sconfitta del progetto socialdemocratico di Pierluigi Bersani, si inserisce infatti in una crisi più generale della socialdemocrazia europea. La possibilità che dalle due debolezze di Italia e Francia possa nascere un’alleanza politica capace di ribaltare gli equilibri politici ed economici in Europa è a dir poco remota.

Che le sole politiche di austerità in un periodo di recessione non rappresentino una ricetta particolarmente salutare per l’economia europea è oggi sotto gli occhi di tutti. Il trend deflattivo, il perdurare della disoccupazione e la continua perdita di posti di lavoro nei settori produttivi lasciano intravvedere un avvenire particolarmente fosco per le prospettive di benessere degli europei. Eppure, quando si leggono le dichiarazioni di esponenti delle istituzioni europee o dei governi teoricamente ostili al rigore, emerge la tendenza a non mettere in discussione la sostanza di quanto realizzato finora, ovvero del complesso impianto di governance che sulla prudenza fiscale e sul coordinamento delle politiche economiche nazionali si fonda interamente.

La “flessibilità” lasciata intravvedere da Bruxelles non significa dunque che l’UE chiuderà un occhio sulla creazione di nuovo debito o sulla gestione allegra delle finanze pubbliche. La Commissione potrebbe prestare meno attenzione agli obiettivi formali, mostrarsi meno esigente sui tempi di rientro del debito e rivelarsi meno solerte nell’attivare procedure per eccesso di deficit. Potrebbe variare dunque la rigidità della sua attuazione, ma non la sostanza della politica economica europea: l’obiettivo era e resta quello del consolidamento dei conti pubblici e della riforma strutturale.

Le alternative all’attuale politica economica non potranno mettere in discussione quanto costruito finora. Italia e Francia, al di là delle dichiarazioni politiche, non possono chiedere passi indietro all’Europa sui temi della disciplina fiscale, ma dovrebbero spingere perché simili passi avanti vengano compiuti anche nelle politiche per lo sviluppo e gli investimenti. Nel frattempo, è urgente dare risposte ad una condizione economica sempre più drammatica in tutta l’eurozona. Le decisioni di ieri della Banca Centrale Europea rappresentano in tal senso una svolta storica: Francoforte è finalmente in campo non solo per garantire la stabilità dell’euro, ma anche per favorire, con le armi della politica monetaria, la ripresa economica dell’Europa.

L' Autore - Davide D'Urso

Caporedattore, Presidente del Consiglio di Redazione e Vice Presidente dell'Associazione OSARE Europa - Laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei presso l'Università di Torino e la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi, ho avuto esperienze professionali a Torino e Novara nei settori della comunicazione e dell'internazionalizzazione d'impresa. Nel 2014 ho lavorato a Bruxelles come addetto stampa per la Presidenza italiana del Consiglio UE. Vivo e lavoro a Torino. Scrivo di politica e istituzioni UE, Mediterraneo e politica di vicinato.

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