domenica , 25 febbraio 2018
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Lettonia nell’eurozona: la scommessa sull’euro

L’immagine del premier Valdis Dombrovskis che, allo scoccare della mezzanotte di Capodanno, ritira al bancomat i primi euro della storia lettone resterà l’emblema dell’allargamento della zona euro al suo diciottesimo Stato membro. Alcuni, vedi il Financial Times, consigliano di gioire finché si è in tempo: se la Lituania dovesse ripensarci e rinunciare all’euro dal 2015 – scrive il quotidiano economico britannico – la Lettonia potrebbe essere l’ultimo nuovo acquisto dell’eurozona per molti anni. Acquisto peraltro non accolto da gaudio popolare e avvenuto poco dopo le dimissioni dello stesso Dombrovskis a seguito dell’incidente in un supermercato di Riga che ha portato alla morte di 54 persone.

Pochi giorni prima del cambio, secondo la compagnia di sondaggi SKDS, metà della popolazione era ancora contraria all’euro (era il 58% ad ottobre, il 53% a maggio secondo Eurobarometro) e il 67% degli interpellati temeva un aumento dei prezzi. Risultato atteso in un Paese polarizzato: etnicamente, tra cittadini e non-cittadini di etnia russa, e politicamente, tra partiti nazionalisti e filo-russi – accomunati in questo caso nell’euro (nel senso della moneta) scetticismo – e ora anche tra nostalgici del lat e fautori della nuova moneta.

In realtà, già dal 2005 la Lettonia aveva legato la propria moneta all’euro, sostenendo un progressivo aumento delle esportazioni verso i Paesi dell’Ue che arrivano ora a lambire il 70% del totale. Il passaggio dal lat, negli ultimi mesi debole nei confronti del rublo, al più solido euro, inoltre, sgraverà le importazioni provenienti dalla Russia, in particolare quelle energetiche: Mosca pesa per il 10% dell’import lettone ed è russo l’80% del gas naturale importato da Latvijas Gaze, la compagnia energetica lettone in cui Gazprom detiene il 34%.

La cesura nei confronti delle influenze della Russia di Vladimir Putin è netta e risponde ad un preciso progetto politico: porre la Lettonia al riparo dalle ingerenze di Mosca, ancorando il proprio futuro all’euro ed all’Unione Europea, intesa come garanzia della democrazia e dello stato di diritto. E’ ancora sulle colonne del Financial Times che il ministro delle finanze Andris Vilks dichiara la sua diffidenza per un vicino sempre più assertivo – efficace sulla scena internazionale, come ha dimostrato la crisi siriana – e attivo nell’architettare, tramite le pressioni sull’Ucraina e la creazione di un’unione doganale, un blocco economico alternativo e competitivo rispetto a quello europeo.

Eppure, la Russia è più che mai presente in Lettonia: il 25% della popolazione è di etnia russa, il 2% dei depositi bancari sono di cittadini russi e più della metà dei 9,3 miliardi di euro investiti in Lettonia provengono dalla Russia o da altri Paesi appartenenti alla Comunità di Stati Indipendenti. Capitali cui la Lettonia ha pure guardato con favore, concedendo con la riforma delle leggi sulla cittadinanza del 2010 permessi temporanei di soggiorno a chi acquistasse proprietà immobiliari. Un invito a nozze per gli uomini d’affari russi e per flussi di denaro “sporco”, da riciclare prima dell’ingresso nell’Unione Europea.

Pratiche che ora la Lettonia potrà fronteggiare grazie ai meccanismi di sorveglianza architettati all’interno dell’unione bancaria e gestiti dalla BCE, tutelando un’economia che molti hanno portato come esempio di successo delle politiche di austerità. La ripresa del PIL dal crollo del 2009 (-17%) a più del 5% nel 2011-2012 e al 4% nel 2013 è in effetti convissuta con l’aggiustamento strutturale che ha permesso al Paese di rispettare i criteri di convergenza dell’unione monetaria, ma il dato che rileva nel caso lettone è una vera progettualità politica che ha deciso di legare il futuro della Lettonia all’Europa, costruendo – non inseguendo – il consenso di una cittadinanza storicamente gelosa della propria nazionalità grazie a risultati economici positivi ottenuti all’interno del quadro regolamentare europeo.

Una scommessa ma anche la dimostrazione che l’euro è più di una moneta, un appiglio cui aggrapparsi per aderire pienamente ai valori liberal-democratici incarnati dall’Unione Europea. La classe politica del piccolo Paese baltico ha raccolto la sfida, guardando più in là dei sondaggi e della sua sopravvivenza elettorale. A Bruxelles e nelle altre capitali, dovrà accendersi qualche lampadina.

In foto, il commissario per gli affari economici e monetari Olli Rehn e il premier lettone Valdis Dombrovskis (© European Commission – 2013)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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