giovedì , 16 agosto 2018
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L’Europa piange, unita nella crisi

Un sottile filo collega L’Aja a Nicosia, il nord rigorista al sud spendaccione, le “triple A” dell’Europa continentale alla periferia “spazzatura”.

All’inizio di febbraio le casse statali olandesi si sono alleggerite di 3,7 miliardi di euro, diretti a ricapitalizzare l’istituto SNS Reaal messo in ginocchio da mutui insolventi per oltre 2 miliardi su un’esposizione totale di circa 10 miliardi nel settore immobiliare. La più piccola delle quattro banche sistemiche olandesi aveva già ricevuto 800 milioni di euro, una parte tutto sommato minimale sul totale dei 30 miliardi che lo Stato ha dovuto iniettare dal 2008 nel settore bancario per salvare Abn Amro e ING. Come da outlook invernale della Commissione, l’ultimo salvataggio statale pesa per lo 0,6% del prodotto interno lordo, una frenata non irrecuperabile ma sufficiente a rendere vani gli sforzi di contenimento del deficit. Semi-oscurato dal maggior clamore che ha ricevuto la deroga ottenuta dalla Francia per rientrare dal suo eccessivo disavanzo, anche uno dei Paesi più saldamente ancorati al feticismo del rigore è finito così nel club degli indisciplinati, mancando il 3% del rapporto deficit/PIL proprio per quei sei punti percentuali che sono valsi il salvataggio di SNS. A reggere le redini di queste manovre quel Jeroen Djissembloen che ha da poco assunto la guida dell’Eurogruppo e che, nelle vesti di ministro delle Finanze olandese, non ha esitato a sfruttare la legislatura nazionale per operare una riduzione del valore nominale di azioni e obbligazioni detenute dai risparmiatori, che ora piangono il miliardo di euro caduto sotto i colpi dell’haircut.

Presto avrebbero pianto anche i correntisti ciprioti se il Parlamento di Nicosia non avesse bocciato, come avvenuto nel pomeriggio di martedì, l’aberrante piano di salvataggio approvato sabato dall’Eurogruppo sulla base di un memorandum redatto da Ue, Fmi e BCE. Scampato (per ora) il pericolo, troika e governo cipriota dovranno trovare una via per racimolare i 5,7 miliardi da aggiungere ai 10 in quota ESM, alternativa al prelievo forzoso dai conti correnti. Nel frattempo nell’eurozona ha fatto in tempo ad affermarsi una questione di principio: il settore privato deve fare la sua parte nel sostegno al sistema creditizio, rinunciando se necessario a investimenti e risparmi. In un sol botto, un tourbillon di panico e isteria si è riversato sui mercati, riportando in auge spettri di non lontana memoria: file ai bancomat, fughe di capitali, sportelli in vacanza forzata per evitare il collasso dei depositi bancari. Con rapida mossa, l’Eurogruppo ha poi innestato la retromarcia ricordandosi di una direttiva – la 14 del 2009 – che innalzava da 20.000 a 100.000 euro il tetto al di sotto di cui lo Stato è obbligato a garantire i depositi bancari, e invitando così il governo di Nicos Anastasiades a ricette meno predatorie.

Certo, si dirà, non è buon costume lasciar fallire le banche e con esse quel poco di offerta creditizia, che non accenna a rianimarsi neanche con dosi cavalline di liquidità di provenienza BCE. Certo, si ribatterà, anni di deficit incontrollati hanno fatto sì che nell’eurozona la media del debito pubblico sia di poco (90%) inferiore al prodotto interno lordo dei 17 paesi. A smorzare la drammaticità ci ha provato la Commissione, scontando generosamente il rimborso dei crediti dei privati nei confronti delle pubbliche amministrazioni (si badi, solo quelli generati dal 1 gennaio) dal computo dei conteggi per il consolidamento dei bilanci nazionali, senza smarcarsi dall’ormai fallita ricetta rigorista di cui la virtù tedesca rischia, purtroppo, di essere anacronistico baluardo.

Per mesi costretta all’immobilità dall’assenza di una mediazione fra austerity e una vera strategia di investimenti per la crescita, alla prima occasione utile per riscattarsi l’Unione Europea ha dato il peggio di sé: la non troppo complicata operazione di raccolta di 17 miliardi di euro per salvare la piccola economia cipriota si è presto trasformata in una patetica dimostrazione di forza, con la BCE spintasi oggi a minacciare la chiusura dei rubinetti di liquidità d’emergenza se entro lunedì il parlamento di Cipro non avrà approvato un piano alternativo per il reperimento dei quasi 6 miliardi necessari a tappare le falle aperte dalla crisi di capitalizzazione dei principali istituti bancari del Paese, Bank of Cyprus e Laiki. I progetti al vaglio del governo sembrano ora prevedere il coinvolgimento dei fondi pensione, oltre all’emissione di bond garantiti dai proventi delle estrazioni di idrocarburi nonché dal mantenimento di un prelievo del 5% sui depositi in conto corrente superiori ai 100000 euro. La trama della storia, purtroppo, non cambia: chiamata a proteggere il più piccolo dei membri dell’eurozona, sovraesposta nei confronti della Grecia, l’Unione Europea ha preferito essere cinico esattore, arrivando persino a palesare come possibili il fallimento degli istituti insolventi e l’imposizione di controlli sui capitali depositati a Cipro per evitare fughe verso altre piazze, Londra e Mosca in primis.

Una violazione del principio di solidarietà e sussidiarietà che sta alla base del mercato unico e del progetto d’integrazione. E’ ormai svanita l’illusione che classifiche di rating possano distinguere tra un’Europa di serie A e un’altra di serie C, un’Europa al sicuro da una destinata al default. I casi di Olanda e Cipro, pur distanti anche per storia politica, sono accomunati dal tentativo di garantire, nel rispetto dell’austerità finanziaria, la sopravvivenza del sistema bancario e della liquidità per investimenti e consumi. Un’operazione impossibile se la domanda interna è morente e la recessione imperversa. Investitori e cittadini hanno già pagato un conto salato, puniti dalla stretta creditizia e dal crollo dei consumi, dalle riduzione dei servizi statali e dalla disoccupazione, senza che intervengano ulteriori prelievi. Nel dramma della crisi finanziaria, l’Europa si scopre così unita dalla necessità di garantire crescita e lavoro, a rischio di esseri sacrificati sull’altare di quei sacri vincoli di bilancio che più volte, in tempi di vacche grasse, le locomotive d’Europa non hanno esitato a sbeffeggiare.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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