giovedì , 16 agosto 2018
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“L’Italia ce l’ha fatta”, merito della Germania

In trasferta a Berlino per il vertice sull’occupazione, sono circa le dieci quando Enrico Letta affida ai cinguettii di Twitter un inconsueto entusiasmo: “Ce l’abbiamo fatta!”, esulta il Presidente del Consiglio italiano, accogliendo la buona novella giunta da Strasburgo. Manuel Barroso ha da poco chiuso il suo intervento di fronte al Parlamento Europeo riunito in seduta plenaria, nel quale il presidente della Commissione ha portato alla luce quell’allentamento dei vincoli di bilancio che da tempo aleggiava nella sala macchine dell’Unione Europea.

Nella valutazione delle performance 2013 e delle previsioni di bilancio per il 2014, i funzionari del Berlaymont acconsentiranno a temporanee deviazioni dallo sforzo di aggiustamento strutturale necessario per raggiungere l’obiettivo di medio-termine delle politiche fiscali, ossia il pareggio di bilancio previsto dal Fiscal Compact. Il provvedimento varrà per gli Stati membri che non siano sottoposti a procedura per deficit eccessivo, in primis l’Italia che da poco ha raggiunto la chiusura del percorso di rientro entro il parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL. I “Paesi virtuosi” potranno così muoversi all’interno dei vincoli di bilancio fissati a Maastricht, senza mai sforarli, utilizzando la deviazione del percorso di aggiustamento strutturale per investimenti pubblici produttivi.

Una golden rule in formato ridotto ma sufficiente, prim’ancora che il commissario Olli Rehn procedesse ad informare singolarmente i ministri dei Paesi interessati, al governo italiano per tornare a battere cassa nei confronti dell’Europa, dopo il positivo esito del Consiglio Europeo, rivendicando il riconoscimento degli sforzi dell’esecutivo e dei sacrifici degli italiani. Nell’entusiasmo generale, le forze della maggioranza di governo (PD, PdL e Scelta Civica) non si sono forse soffermate a sufficienza sui contenuti dell’annuncio di Barroso: i fondi liberati dall’allentamento dei vincoli comunitari potranno essere utilizzati solo per implementare la quota nazionale di progetti cofinanziati dall’UE, nell’ambito dei fondi strutturali, della Politica di Coesione, del programma per i collegamenti strategici TEN (Trans European Network) e del Connecting Europe Facility, il piano di investimenti da 50 miliardi di euro tra 2014 e 2020 per le reti energetiche, digitali e di trasporto.

Con il rapporto deficit/Pil fissato al 2,3% nel 2014, l’Italia potrà muoversi al più con un margine di flessibilità del 0,7%, stimabile in non più di 10 miliardi: nessun tesoretto improvvisamente tornato alla luce, ma comunque un consistente apporto per promuovere investimenti strategici dal punto di vista occupazionale, nonché sotto il profilo dell’aumento della competitività all’interno di un mercato unico più integrato grazie a progetti infrastrutturali comuni.  E’ placato quindi sul nascere qualsiasi istinto “spendaccione” che potesse nascondersi nei banchi della maggioranza, con la tentazione nemmeno poi così remota di utilizzare questi fondi a copertura di altri provvedimenti (abolizione IMU, cancellazione dell’aumento dell’aliquota IVA del 21%) o di sforare i parametri di bilancio per promuovere investimenti e crescita, come proposto non più di tardi di un paio di settimane orsono dall’ex premier Silvio Berlusconi.

Un premio all’impegno italiano, un trionfo della visione del rilancio economico sostenuta da Angela Merkel. Una crescita sostenuta da investimenti per la competitività, attraverso spesa pubblica produttiva, ma sempre circoscritta all’interno di consolidati vincoli di bilancio. Di solo rigore si muore, l’assunto è ormai noto: ma il costante richiamo da parte tedesca al rispetto dell’austerità fiscale torna ora nelle mani della Cancelliera come potente arma elettorale. Lo sviluppo è possibile solo laddove sostenuto da conti pubblici in ordine, l’Europa non è un mostro affamatore di popoli ma il gendarme della solidità finanziaria, pronto a sostenere i Paesi in regola. Rigore e crescita non sono alternativi, come spesso si è erroneamente interpretato, ma due facce di quella medaglia che è un’economia forte e capace di innovare per continuare a competere sui mercati internazionali.

Senza cinguetti o altre pubbliche manifestazioni di giubilo, gioirà anche Mario Monti, cui va certo buona parte del merito per aver impostato il riassetto dei conti capace oggi di riportare l’Italia nel club dei virtuosi: una riabilitazione ex post di un governo che fu strenuo sostenitore di questa compenetrazione tra austerità nei conti e politiche per la crescita, ma indebolito da riforme strutturali annacquate da una maggioranza poco coraggiosa. Una maggioranza che oggi, con un governo politico anziché tecnico, si ritrova pressoché identica nella composizione e negli obiettivi: aggredire la spesa pubblica improduttiva per liberare risorse utili ad operare una riduzione della pressione fiscale e ad un miglioramento generale delle condizioni per l’industria e l’imprenditoria. Riforme di fronte a cui le cifre discusse oggi finiscono per sembrare ben poca cosa.

In foto, Manuel Barroso ed Enrico Letta al Consiglio Europeo di maggio. (©Council of the European Union)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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2 comments

  1. Andrea Sorbello

    Ottimo pezzo! Mi rimane un dubbio Antonio, cioè che con qualche abile manovra contabile questo sforamento verrà utilizzato per fini meno nobili di quelli previsti…giusto ieri ad esempio Alitalia ha presentato il nuovo piano industriale, tutto bello, in cui sostanzialmente annuncia di aver bisogno di 300 ml di ricapitalizzazione da qui a dicembre (oppure fallisce; e i soci hanno già ricapitalizzato per 50 milioni a gennaio) chi ce li mette? Se possono essere inquadrati come sostegno per i collegameti strategici, potrebbe forse intervenire direttamente il tesoro senza che si apra una procedura sugli aiuti di stato?

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