sabato , 24 febbraio 2018
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L’Italia e la malattia genetica dell’instabilità

Quali sono le tre caratteristiche del sistema politico italiano? Frammentazione partitica, corruzione e instabilità. Così veniva inquadrata l’Italia nella prima slide di un corso di diritto costituzionale comparato a cui presi parte presso la Linnaeus University. Rimasi basito, ma non persi l’occasione per fare le mie rimostranze. Di fronte agli avvenimenti di queste ore, le mie argomentazioni appaiono però sempre meno convincenti. Come confutare che le crisi di governo siano la regola e non l’eccezione della nostra storia democratica?

La crisi che potrebbe aprirsi a breve, condurrà probabilmente al 63° esecutivo italiano in soli 67 anni. Ciò significa che ogni governo ha avuto una durata media di un anno e qualche giorno invece dei cinque che la Costituzione prevede come durata di una legislatura. È come se l’Italia avesse cambiato un governo all’anno per 17 legislature. Il governo più longevo è stato il Berlusconi II, in carica dal 2001 al 2005 per 1409 giorni, seguito dal Berlusconi IV, durato 1238 giorni tra il 2008 e il 2011. Gli esecutivi “lampo” risalgono alla Prima Repubblica. Esemplare è il caso dell’Andreotti I del 1972, durato appena 9 giorni alla fine della V legislatura, che inaugurò la prassi delle elezioni anticipate. In un contesto di crisi permanente non stupisce che i Presidenti della Repubblica abbiano dovuto inventare formule per trovare maggioranze a sostegno di esecutivi nati senza il passaggio delle urne. Non è un caso che sempre più di frequente si affermi l’esistenza di un sistema presidenziale “nei fatti” o che all’attuale Capo dello Stato venga assegnato l’appellativo di “Re Giorgio”.

Si penserà che in Europa la situazione sia grossomodo paragonabile alla nostra. Non è così. Dal dopoguerra ad oggi si nota come negli altri grandi Paesi europei i pop-up governments siano un’eccezione. In Germania ci sono stati 22 governi in 18 legislature. Si tenga conto che il Bundestag dura in carica al massimo 4 anni. Dal 1948 ad oggi i governi tedeschi sono rimasti in carica in media 3 anni. Nel Regno Unito del secondo dopoguerra si sono succeduti 14 governi, con una media di durata di poco meno di 5 anni. In Portogallo, dal 1976, si sono succeduti 19 esecutivi con una durata media di quasi 2 anni. La Spagna, dopo la costituzione del 1978, ha prodotto 10 governi della durata media di 3 anni e mezzo.

La Francia è il Paese europeo che più si avvicina al record italiano. Nel corso della Quarta Repubblica ha visto avvicendarsi 22 esecutivi in 11 anni. Nella Quinta, 36 governi in 55 anni. Va però sottolineato che, dal 1958, la Francia ha una forma di governo semi-presidenziale, che limita i problemi degli esecutivi di breve durata e che, considerando la sola Quinta Repubblica, la Francia vanta una media di un governo ogni anno e mezzo circa.

L’instabilità politica sembra dunque connaturata alla politica italiana. Qualcuno chiama in causa la storia, sostenendo che i costituenti avrebbero dotato il potere esecutivo di scarsi poteri per evitare il riemergere di un nuovo Mussolini. Questa era certamente una preoccupazione presente nell’Assemblea Costituente, ma il sistema di pesi e contrappesi sembra piuttosto equilibrato. Inoltre, i rapporti di forza tra esecutivo, legislativo e Capo dello Stato variano a seconda delle contingenze e delle circostanze storiche. Il peso politico di “Re Giorgio” lo dimostra. Non si dimentichi, infine, che la Spagna ha subito una dittatura più lunga di quella mussoliniana, ma non per questo i governi cadono ad ogni piè sospinto. E non dovrebbe forse la Germania avere allora un’instabilità assimilabile alla nostra?

Il motivo più diretto dell’instabilità politica non va ricercato nei partiti che di volta in volta formano i governi. Certo, le leggi elettorali e gli assetti istituzionali giocano la loro parte, ma il fatto di non riuscire a formare una maggioranza e portare a termine i programmi politici dipende dalla litigiosità della contesa politica e dall’incapacità cronica di guardare all’interesse collettivo. Cambiare un governo sembra un’operazione semplice, ma porta con sé risvolti non proprio idilliaci. Essere in perenne campagna elettorale non facilita l’elaborazione di strategie di lungo periodo e non consente la continuità dell’azione di governo. Al di là di tutto, chi si fiderebbe di una persona, o di un Paese, che oggi dice e fa una cosa ed è probabile che domani ne farà un’altra? Nessuno. Tantomeno gli investitori, i mercati e gli stessi cittadini.

In foto, Silvio Berlusconi al Consiglio Europeo del giugno 2011 (© Council of the European Union – 2011)

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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One comment

  1. non è detto che sia una cosa negativa l’instabilità dei governi..
    in Germania è diverso perchè Hitler prese il potere in modo diverso, Montanelli ne aveva parlato a riguardo..
    il problema è il sistema politico che dà molti poteri al parlamento, e non solo la legge elettorale

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