venerdì , 23 febbraio 2018
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L’Unione Europea attende risposte da Roma

Se non fossero sufficienti i timori circa il futuro politico in Italia, ancora alla ricerca di un governo a più di un mese dalle elezioni del 24-25 febbraio, la crisi cipriota ha ulteriormente rinvigorito l’impressione di precarietà che l’Unione Europea sta attraversando in questi anni. Fra l’instabilità interna in molti Stati membri e la maldestra gestione delle più recenti emergenze da parte delle istituzioni europee, il quadro politico nel continente appare alquanto intricato. L’Italia si pone al centro di questo disegno. Da ormai alcuni anni, quantomeno dallo scoppio delle prime crisi di bilancio in Grecia, Irlanda e Portogallo, l’Italia è stata indicata da osservatori nazionali ed europei come il paese chiave nella cosiddetta ‘crisi dell’euro’. Dovesse cadere la casella italiana, l’intero progetto europeo, messo duramente alla prova anche dalla situazione critica in paesi dal peso meno significativo come Cipro, sarebbe seriamente in pericolo.

Dall’esterno si guarda con timore ad un Paese gravato da un debito pubblico che galoppa verso il 130% del PIL ma con un prodotto interno lordo che rimane, urge ricordarlo, il quarto dell’Unione Europea. Roma è sopravvissuta con gravi sacrifici alla crisi dell’autunno 2011. Il governo tecnico guidato da Mario Monti ha ristabilito la credibilità internazionale del paese, in primis a Bruxelles, e ha messo in ordine i conti pubblici dello Stato, ma la ricetta economica di austerità fondata pressoché interamente su un aumento della tassazione non ha portato i risultati economici auspicati. Il paese è ormai da tempo profondamente in recessione e la fiducia di consumatori e imprese è ai minimi storici. Questo aspetto preoccupa molto i partner europei, a partire dalla Germania che ha fondato la propria crescita degli ultimi anni non solo sulle riforme poste in essere nel decennio precedente, ma anche sulle esportazioni negli altri paesi europei.

A preoccupare enormemente Berlino e le altri capitali europee, compresa Bruxelles, è l’ instabilità politica che attanaglia il Paese dopo le elezioni di fine febbraio. I risultati elettorali, essenzialmente un pareggio tra i primi tre schieramenti ora protagonisti di uno stallo prolungato, hanno costretto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a innovare profondamente la prassi istituzionale, introducendo due commissioni di ‘saggi’ che si occupino di presentare proposte in materie istituzionale ed economica su cui possano eventualmente convergere i partiti per la formazione di un nuovo governo. Una soluzione decisamente inusuale ma resa obbligata dal fallimento preannunciato del candidato premier del Partito Democratico Pierluigi Bersani, vittima dell’ostracismo mostrato dal Movimento Cinque Stelle nei confronti di ogni soluzione sin qui posta sul tavolo e delle condizioni mosse dal Popolo della Libertà.

La decisione di Napolitano è stata accolta con favore a Bruxelles, in attesa di una situazione più chiara dopo l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica fra poche settimane. Lo stesso Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, in un colloquio telefonico con Napolitano ha manifestato l’apprezzamento per la scelta compiuta, a scapito dell’eventualità di dimissioni che avrebbe ulteriormente accentuato l’impressione di instabilità che il paese sta trasmettendo all’estero. La situazione italiana appare poi particolarmente critica perché gli impegni europei incombono e non possono essere rallentati dallo stallo a livello nazionale. La presenza di Mario Monti al Consiglio Europeo del 14 marzo, ad esempio, è apparsa particolarmente debole, a causa della particolare situazione in cui si trova ad operare il governo italiano. Un’anomalia che si protrarrà per almeno alcune settimane, dopo le ultime decisioni di Napolitano. Il complesso rapporto fra un governo in tale situazione e un nuovo Parlamento fortemente diviso dovrà dunque essere un elemento contemplato nella definizione della posizione italiana a Bruxelles, come dimostra ad esempio il caso dello sblocco dei pagamenti alle imprese deciso alcuni giorni fa, dopo che l’UE aveva manifestato una maggiore flessibilità in materia rispetto ai mesi precedenti.

Non solo le istituzioni europee poi, ma anche i mercati osservano con qualche timore la situazione politica italiana. La riapertura delle Borse dopo la parentesi pasquale segnala una certa cautela da parte degli investitori: se Piazza Affari ha aperto in leggero ribasso, di circa mezzo punto, le altre Borse europee sembrano non riflettere significative preoccupazioni per l’intricata vicenda italiana, come dimostra anche la diminuzione dello spread fra BTP e Bund tedesco intorno ai 340 punti. Non sfugge tuttavia come la pressione dei mercati internazionali sull’Italia sia aumentata, nel corso di questa lunga transizione, iniziata con la conclusione anticipata dell’esperienza del governo tecnico, la dura e disordinata campagna elettorale seguente e la fase di stallo che il paese vive dal 25 febbraio. Lo spread rimane infatti stabilmente sopra quota 300. Unione Europea e mercati guardano dunque preoccupati all’Italia: le risposte da Roma non sembrano, per ora, convincenti.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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