martedì , 14 agosto 2018
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Morire democristiani ? Difficile, non impossibile

Morire democristiani. Timore dei comunisti d’antan, mutuato dai parlamentari leghisti di fronte all’elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. Ma davvero ne corriamo il rischio ?

Sul nome dell’ex braccio destro di De Mita, Matteo Renzi è riuscito nel miracolo: ricompattare tutto il Partito Democratico, accelerare il disgregamento dell’area politica orbitante attorno a Silvio Berlusconi, raccogliere i consensi (momentanei) di Vendola e rendere innocua l’opposizione pentastellata.

Il Cavaliere e il fantomatico centrodestra moderato appaiono le vere vittime della manovra renziana. Quando si è scoperto che il premier avrebbe fatto a meno dei voti di Forza Italia per eleggere Mattarella – e che quindi il patto del Nazareno non contemplava la nomina di un nome condiviso – nulla ha impedito che la fronda fedele a Raffaele Fitto e quella più silenziosa vicina a Denis Verdini iniziassero a decretare la morte del suddetto patto e denunciare la subalternità (autoinflitta) al Partito Democratico.

Nulla che non fosse prevedibile guardando al passato recente, alla scissione del Popolo della Libertà, alla diaspora dei centristi alfaniani ed alla perdita di influenza sull’azione di governo, che pareva reggersi solo sulle deboli quanto fosche fondamenta del Nazareno, in cui i forzisti rappresentano comunque il socio di minoranza. Nel corso delle votazioni per il Colle, era parso che il Nuovo Centrodestra potesse accorrere a fare da stampella, ma il fermo richiamo di Renzi ad Alfano ha subito chiuso la porta alle nostalgie. Anzi, ha prodotto come effetto collaterale l’implosione dello stesso NCD, indebolito come partner di governo del PD dalle dimissioni dal gruppo di pezzi da novanta come Sacconi e Saltamartini.

Quella di Mattarella, quindi, sarà un’Italia, politicamente parlando, un po’ più renziana, con l’area a destra del PD sempre più svuotata da un’offerta moderna di stampo liberal-riformista e dalla tradizionale componente popolare. Tra i due estremi del populismo che i Paesi europei hanno imboccato per rispondere politicamente all’austerità, l’Italia pare propendere per quello destro, con la Lega Nord che segue una traiettoria simile a quella del Front National in Francia.

Un andamento tendenziale che, per paradosso, ha portato il PD renziano a divenire il primo gruppo tra i socialdemocratici europei pur condividendo scelte di governo con alleati conservatori. E nulla indica che ora Renzi voglia cercare interlocutori diversi. A livello nazionale, ciò che rimane del patto del Nazareno basta per garantirgli un margine di appoggio dalla moribonda Forza Italia e gli otto fuoriusciti da Scelta Civica lo aiutano a rafforzare i numeri del PD. Su scala europea, Renzi preferisce dialogare con i più pragmatici Merkel e Juncker, giocare in prima persona nella partita che conta, anziché obbligarsi a mediare le proprie posizioni con alleati idealmente più affini come Tsipras e Hollande.

Nel progetto renziano inizia, invece, a mancare un vero nemico e Matteo Salvini sembra il più adatto a vestirne i panni: la Lega Nord rappresenta esattamente l’opposto di ciò che il PD rappresenta, anche e soprattutto in tema europeo. Certo, resterà da vedere se, senza elezioni politiche in vista, la crescita della Lega si sgonfierà nel lungo termine, ma è un dato di fatto che mai come ora i fazzoletti verdi rischiano di superare il 15% nei sondaggi. Dissacrante, per nulla politically correct, “l’altro Matteo” erode consensi nell’elettorato che fu di Forza Italia, strizza l’occhiolino alle frange più destrorse del Movimento Cinque Stelle con la sua retorica anti-euro e attende la prossima tornata di elezioni amministrative per spazzare via ciò che resta del centrodestra.

Se ciò dovesse avvenire, il Partito Popolare Europeo rischia di veder ridotta al lumicino la sua componente italiana. Alle elezioni europee del 2009 la coalizione di Popolo delle Libertà, UDC e Alleanza Nazionale portò 34 seggi al PPE, già alla tornata dello scorso maggio solo 16. La CDU di Angela Merkel rischia sempre più di rimanere predicatore solitario, stretta nella morsa della sinistra sociale di Syriza e Podemos, da un lato, e dal populismo anti-europeo di Le Pen e Salvini, dall’altro.

Morire democristiani non è mai sembrato così difficile. Una sfida da Renzi, insomma.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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