domenica , 19 agosto 2018
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Mosca e l’Ucraina: mondo senza gendarmi, non conta il diritto vincon le armi

Prima, era l’equilibrio. Qualche decennio fa, probabilmente, la soluzione di una crisi come quella ucraina avrebbe avuto un unico orizzonte. Sguardi in cagnesco, propagande, minacce, magari qualche scontro, ed una sottile linea rossa, che avrebbe riportato i contendenti all’ordine. La soluzione, il ritorno all’equilibrio, si chiamava deterrenza, paura di una guerra che sarebbe finita senza vincitori.

Poi, fu l’egemonia, il gendarme. Anni ‘90 ed inizio millennio. A rimettere le cose a posto ci avrebbe pensato lo zio Sam. Forse in ritardo, probabilmente con qualche errore, ma la paura o l’intervento della poderosa macchina da guerra USA avrebbero deciso il destino dell’Ucraina, premiando i “buoni” e umiliando i “cattivi”, o quelli che si era deciso dovessero essere tali.

Oggi, l’anarchia. Arrivata a porre fine allle speranze dei sognatori, di chi sperava che dopo l’equilibrio del bipolarismo, fatto comunque di scontri e tragedie (Africa, Centroamerica, Vietnam), e l’egemonia del “gendarme”, con i suoi errori e ritardi (ex-Jugoslavia, Somalia, Rwanda), potesse essere il turno del multilateralismo istituzionalizzato, del diritto internazionale, della democrazia globale.

Il colpo di grazia a questo speranza idealista, o forse utopica, l’ha inferto Putin, è vero, decidendo di invadere uno Stato sovrano, annettendosene parte. A poco serve la maschera di un referendum dalle alternative chiuse per chi avesse voluto rimanere in Ucraina – annessione alla Russia o indipendenza – condizionato dalla presenza armata, boicottato dalle minoranze. A poco servono le frasi di facciata del Cremlino “il Presidente legittimo dell’Ucraina è Yanukovich”, “la Crimea ci ha chiesto l’intervento”, “necessità di tutelare i russi d’Ucraina”.

Impossibile giustificare ciò che giustificabile non è. Neanche tirando in ballo il principio di autodeterminazione, utilizzato da molti per fornire un appiglio alla condotta russa. Non c’è principio di autodeterminazione che Mosca possa sostenere, senza tener conto delle spinte indipendentiste cecene (o nel resto del Caucaso), invece duramente represse, o senza cambiare la propria posizione in merito ad altre questioni internazionali (il Cremlino si è affrettato a rassicurare Belgrado, “riteniamo ancora il Kosovo una provincia serba”). Si chiama semmai realpolitik, ed applicazione del diritto internazionale solo se funzionale alle proprie esigenze.

Ma la speranza di un mondo retto dal diritto internazionale e da istituzioni globali non è stato uccisa all’improvviso. E Putin non è nemmeno l’unico colpevole. Alla sua lenta agonia hanno contribuito in tanti. Ad esempio gli ex-gendarmi statunitensi passati, anche per motivi economici, dal ruolo di egemoni all’approccio della “light footprint” di Obama, sempre di più simile però all’inazione e all’isolamento. Un passo indietro che lascia il mondo senza gendarme.

Una scelta lecita, ed a molti gradita. Meno lecito e meno gradito è il modo con cui il passo indietro è avvenuto, simile a quello di un re che abdica senza stabilire il suo successore e anzi, delegittimando e maltrattando quelli che potevano essere gli unici suoi legittimi eredi: l’ONU, sostituendone le funzioni con quelle di vari forum (G8, G20), o “coalizioni di volenterosi”, e il diritto internazionale, interpretato in modo perlomeno “elastico” e strumentale.

Una vicenda in cui però son coinvolti anche altri complici: gli Stati europei. Chiusi nei loro interessi particolaristici, questi hanno sempre ostacolato la riforma delle istituzioni multilaterali (Consiglio di Sicurezza ONU su tutte) che, così come concepite, sono condannate all’inazione. Lo hanno fatto anche con la loro incapacità di agire in modo unitario e concreto, dimostrandosi ancora una volta incapaci di tenere in ordine, senza l’intervento USA, il proprio cortile di casa. Potevano farlo, se non mostrando i denti al vicino di casa russo, almeno provando a discutere e cercando un compromesso, un accordo tra pari. Senza limitarsi invece a lanciare il sasso e nascondere la mano, non prendendo in considerazione nessuna misura che possa danneggiare in qualche modo le loro economie.

Non basteranno i miliardi promessi a riparare i danni. Il prezzo di questa veduta corta, di questi particolarismi, dell’utilitarismo, lo pagano oggi gli ucraini, che in quel “cortile” ci abitano. Domani forse sarà la volta dei moldavi, e poi magari dei georgiani. Il sogno del diritto internazionale come argine per queste vicende sembra finito nel “cortile Ucraina”.

Nell’immagine, una foto della United Nations Observer Mission in Georgia (© United Nations Photo).

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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