venerdì , 26 maggio 2017
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Europa
I quattro presidenti al Vertice di Versailles: da sinistra Rajoy, Merkel, Hollande e Gentiloni © Palazzo Chigi

La nuova Europa: in pochi si viaggia meglio. Elezioni permettendo

Buoni propositi per una nuova Europa: fare di meno e farlo meglio, possibilmente in pochi ma ben motivati. Perché muoversi a velocità diverse è preferibile al restare immobili e le titubanze di alcuni indecisi non possono compromettere un processo che ancora si crede irreversibile.

La bella notizia è che, dopo mesi passati ad incassare manrovesci, i leader europei paiono aver plasmato un’idea di Europa, per togliere dalle corde un’Unione europea alquanto barcollante. Quella brutta (?) è che il modello partorito dalle proposte di scenario della Commissione europea, con l’imprimatur di Francia, Italia, Germania e Spagna, è prossimo ad un sistema intergovernativo poi non così dissimile da quello partorito dai Padri fondatori che a Roma a breve celebrerà il suo sessantennio.

Il vocabolario dell’integrazione europea può rispolverare vecchi classici per descrivere il presente: un’Europa che torna a muoversi a piccoli passi, forse orfana di una progettualità ed una narrazione politica ma conscia di dare il meglio di sé quando agisce come comunità di intenti, economici in primis, come un mercato unico.

Si scrive integrazione differenziata, si legge arrendevolezza? Forse, ma un bagno di realismo era pressoché ineludibile se si pensa al crescente scollamento tra le spinte accentratrici della Commissione e quelle fortemente centrifughe di Governi poco disposti a condividere rischi e guadagni di un cammino comune.

La palla non passa, rimane a loro – i Governi appunto – ma l’onere dell’iniziativa, della scelta dei temi su cui impegnarsi a costruire integrazione, ora spetta ad esecutivi democraticamente investiti e l’alibi del Leviatano tecnocratico a dodici stelle viene a sgretolarsi. Al vertice di Versailles, il quartetto Gentiloni-Merkel-Hollande-Rajoy ha detto che sì, solo muovendosi a velocità diverse l’Europa potrà sopravvivere.

Eppure il diavolo si cela nei dettagli: serve una Difesa europea, dice il quartetto dalla reggia che fu di Luigi XIV, per far fronte alle crescenti falle di sicurezza. Un nobile intento che l’Europa insegue dal 1954, quando fu proprio la Francia a respingere il primo grande progetto di comunità della difesa, e che a fronte di roboanti dichiarazioni e voluminosi libri bianchi ha sinora partorito un topolino dallo scarso peso nello scacchiere mondiale.

Incerti del mestiere, specie se a decidere l’agenda sono Governi, europeisti sì, ma sempre attenti a non disattendere le pretese (tante e spesso corrette) di elettorati che ancora masticano a fatica o per nulla le dinamiche lente della macchina europea, mentre là fuori tecnologia e globalizzazione corrono senza curarsi di chi rimane indietro.

L’incertezza diventa totale se si guarda al futuro politico dei Quattro di Versailles: tra loro, l’unico che pare sicuro di restare in sella al proprio esecutivo è Mariano Rajoy, uno che ha passato l’ultimo anno e mezzo in campagna elettorale ed ora guida un governo di minoranza. Se François Hollande è già certo di abbandonare l’Eliseo con la poco invidiabile etichetta de “il meno amato dai francesi” e l’ombra lepeniana ad incombere, Angela Merkel vede crescere l’insidia portata da un Martin Schulz in ascesa nei sondaggi. Per tacere di un Paolo Gentiloni che, nel miglior dei casi, non avrà più di 11 mesi da spendere a Palazzo Chigi.

La nuova Europa a più velocità eredita quindi dal suo recente passato la sfida più ambiziosa: slegare un destino di lungo periodo dalla contingenza delle agende elettorali dei suoi Governi. Derive euroscettiche permettendo.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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