martedì , 20 febbraio 2018
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Pace in Africa: a pesca di diamanti

“Un diamante è per sempre”. Tutti conosciamo lo slogan di De Beers, il più celebre e il principale produttore di diamanti al mondo. La società ha il quartier generale in Lussemburgo, ma ha controllate e filiali praticamente in tutto il mondo, da Londra al Canada, dal Sudafrica al Botswana. Come tutte le grandi storie del capitalismo, l’estrazione e produzione di diamanti su scala industriale è un intreccio di avventura, grandi famiglie e sfruttamento di risorse e di persone. Tra i fondatori della De Beers, l’esploratore e uomo d’affari inglese Cecile Rhodes, il primo ad aver percorso l’intero continente africano da Nord a Sud, dal Cairo al Capo, ma anche il nome più impegnativo della finanza e del capitalismo europeo, l’equivalente dei Rockfeller, difatti altrettanto coinvolti nella produzione petrolifera, i Rotschild.

Se la storia del petrolio nasce nel cuore degli Stati Uniti, in Pennsylvania, l’estrazione diamantifera ha caratteri puramente europei, olandesi e inglesi in particolare. Neanche a dirlo, il mercato diamantifero, a patto di controllare la produzione e di calmierarla quando è in eccesso, ha ottimi margini di utile nonostante le difficoltà di raccolta. Il continente più ricco di diamanti è infatti il continente più povero di tutti, l’Africa. Alcuni Paesi come il Sudafrica coprono importanti quote di produzione. Nell’Ottocento, la raccolta di diamanti si caratterizzava per grandi miniere a cielo aperto dove migliaia di cercatori estraevano le preziose pietre grezze. Manodopera costituita in prevalenza dalla popolazione locale e spietati controlli per verificare che nessuno cadesse in tentazione e si portasse a casa una pietruzza. Le punizioni per chi veniva colto a rubare erano violente e implacabili.

Oggi le cose sono diverse: non si può mozzare la mano a chi ruba. Ma i controlli sono ugualmente severi. Prima di entrare in miniera occorre passare attraverso uno scanner, un’ispezione fisica accurata (anche in bocca, ovviamente) e il tutto viene sorvegliato e ricontrollato da telecamere. Passata la verifica, si può salire in elicottero. Perché tra le altre cose, anche le miniere sono cambiate.

De Beers ha portato la Pace in Africa, letteralmente. Nel 2007 la società ha convertito una nave cargo – posa cavi in nave per la ricerca e l’estrazione diamantifera. La nave è stata ribattezzata Peace in Africa perché rappresenta un’alternativa alle miniere delle zone interne dell’Africa, da cui deriva la maggior parte dei blood diamonds, i c.d. “diamanti di sangue” estratti in zone di guerra e utilizzati per pagare armi e operazioni belliche. Ecco perché l’elicottero: per raggiungere questa particolarissima miniera, che lavora circa 30 miglia al largo della costa sudafricana.

14.000 tonnellate di stazza, 160 metri di lunghezza, le dimensioni della nave sono imponenti ma rientrano nella normalità del trasporto marittimo. La vera particolarità è quello che sta sopra lo scafo: una miniera. La nave ospita gli impianti che potremmo trovare a terra in qualche campo rosso di polvere in Botswana o Namibia, ma in movimento, a caccia di pietre sui fondali. Grazie a 40 minatori e 20 uomini di equipaggio, la Peace in Africa si muove verso una zona dell’Oceano Atlantico, relativamente vicina alla costa, e inizia le operazioni. Dalla nave viene calato in acqua il crawler, un’imponente macchina movimento terra da 240 tonnellate, cingolata, con un muso simile a quello di un tapiro: una proboscide che si muove spazzando il terreno di fronte a sé. La proboscide aspira e raccoglie i sedimenti del fondo marino mentre la macchina avanza, controllata da una cabina di comando a bordo nave e azionata da un pilota.

Si tratta del più grande veicolo sottomarino controllato da remoto del mondo. La capacità è di 1000 tonnellate di fango e detriti aspirati al giorno. Questa enorme quantità di materiale viene risucchiata attraverso un tubo di ampio diametro che connette il crawler alla nave. Qui inizia la fase più delicata dell’operazione. Le pietre più piccole vengono scartate da una serie di griglie, le più grosse sminuzzate. Alla fine tonnellate di fango vengono scartate e ributtate in mare mentre il materiale più fino è passato a raggi x per trovare diamanti grezzi, che sono poi separati dal resto da personale umano. Ma nessun uomo arriverà a toccarli: si lavora sempre attraverso un vetro, mai ai diretto contatto con il materiale. I diamanti grezzi raggiungono infine i contenitori in cui vengono sigillati. Ogni settimana, funzionari De Beers raccolgono questi contenitori, li chiudono in valigette sicure e li portano via in elicottero: il livello di attenzione è altissimo.

Un gigantesco aspirapolvere marino, dunque, collegato a un enorme setaccio: questa è la nave. 150 milioni di dollari di investimento, per produrre ogni anno circa 240.000 carati (57 carati l’ora, su una nave che non ferma quasi mai), un totale di 30 milioni di euro. Non è dato sapere che tipo di danno ambientale produce questa macchina unica al mondo, né quale sia l’effetto lavorativo sugli africani. Il personale di bordo è infatti internazionale e altamente specializzato. Muovere la nave è costosissimo. Eppure De Beers sta pensando di realizzarne una flotta: pace in Africa, per tutti.

In foto, la nave Peace in Africa (© Gary Williams)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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