giovedì , 16 agosto 2018
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Photo © Palazzo Chigi, 2014, www.flickr.com

Renzi e il consenso: se il 40% perde pezzi

Soltanto cinque mesi fa il Partito Democratico si presentava alle elezioni per il Parlamento Europeo in un clima da ultima spiaggia, di fronte a quell’avanzata apparentemente ineluttabile dei Cinque Stelle. L’effetto Renzi non solo bastò a rompere l’assedio ma permise addirittura ai democratici di uscire in contropiede: il 40% che fece del PD il partito più votato tra quelli dei 28 Stati dell’UE è presto divenuto un feticcio nelle mani del premier, per consolidare il prestigio interno, legittimare la leadership socialdemocratica in Europa e portare nel resto del Vecchio Continente lo spirito del “cambiamento di verso”.

Cinque mesi dopo, appunto, il Renzi d’Europa – che pure riesce a spuntarla sulla fantomatica flessibilità nelle politiche di bilancio – ingaggia scaramucce con la Commissione, entrante ed uscente, provando ad indossare i panni del paladino della lotta all’euroburocrazia. Già al primo giorno in carica al Berlaymont, Jean Claude Juncker gli rifila le prime stilettate, ricordandogli come la Commissione non sia un pool tenebrosi burocrati ma un organo pienamente legittimato dal compromesso politico tra popolari e socialdemocratici seguito alle elezioni europee, peraltro attivamente coltivato dal PD in quanta prima delegazione dei Socialisti Europei.

Succede poi che, nel breve volgere di pochi giorni, due europarlamentari del Partito Democratico decidano di dichiarare in pubblico la loro intenzione di candidarsi alle primarie per la nomina del candidato alle elezioni regionali di Veneto e Liguria. E non due nomi qualsiasi: una è la vicentina Alessandra Moretti, bersaniana della prima ora, eletta in europarlamento come più votata nel Nord-Est, la quarta in assoluto in Italia. L’altro è l’ex segretario CGIL Sergio Cofferati, che siede nell’emiciclo a dodici stelle ormai dal 2009 dopo l’avventura come sindaco di Bologna, rieletto quest’anno come secondo del Nord-Ovest.

Che la carica di parlamentare europeo sia più prossima ad una pensione dorata, un parcheggio temporaneo dalle faccende politiche nazionali, è cosa nota. Che le elezioni europee siano di fatto un test sul governo nazionale, altrettanto. Ma i voti sono voti e le preferenze espresse rimandano ad un consenso preciso che il cittadino tributa al suo candidato per affidargli rappresentanza nella sede deputata. Quella rappresentanza che, peraltro, fornisce al parlamentare europeo la forza di imprimere al suo operato, e a quello dell’intera aula, la legittimazione popolare di cui l’Unione Europea ha bisogno. Ciò in virtù anche della politicizzazione della governance che questa Commissione Juncker inizia ad incarnare, in quanto espressione di un compromesso politico.

Una legittimazione, quella del voto, molto più decisiva nel ridurre il gap tra UE e cittadini di quanto invece non siano le dichiarazioni roboanti, sempre vicine a solleticare il soggiacente istinto euroscettico e populista, su cui il premier Renzi è finito per scivolare molte, troppe volte. A che serve pubblicare “tutte le carte del palazzo”, peraltro di oggettiva difficoltà interpretativa, se poi due membri di spicco del tuo partito decidono di rinnegare apertamente – ancora in pieno semestre di presidenza italiana – il mandato loro conferito dal voto popolare per tornare a calcare le scene politiche nostrane ? Quanta ipocrisia c’è nell’appuntarsi al petto il gagliardetto del 40% per poi lasciare che proprio due dei massimi contributori al successo del PD lascino vuota la sedia cui gli italiani li hanno destinati ?

Caro premier Renzi, ascolti le parole del presidente Juncker: l’Europa non è (solo) un accrocchio di burocrati e tecnocrati, ma una realtà inter-istituzionale complessa dalle dinamiche rese farraginose dalla commistione di diversi interessi pubblici e privati. Interessi che premono in ugual modo su ciascuno dei tre principali pilastri istituzionali, compreso quel Parlamento che lei in questi giorni pare aver dimenticato. Se davvero, e mi rivolgo qui al Renzi segretario del PD, vuole lottare per una Unione Europea più aperta e, con un inglesismo, accountable, ignorare il disservizio reso dai “suoi” deputati all’organo co-decisore del sistema legislativo europeo è davvero un pessimo inizio.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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