venerdì , 23 febbraio 2018
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La scomoda eredità di Barroso

Anno dopo anno, crisi dopo crisi, la Commissione Europea sembra diventata davvero il “Segretariato del Consiglio” temuto dai federalisti e dai funzionalisti à la Monnet. La “guardiana di trattati”, “l’esecutivo comunitario”, sembra aver abdicato al suo ruolo di motore del processo d’integrazione europea, rinunciando sui temi di high politics al suo potere d’iniziativa legislativa pressoché esclusivo. Sarebbe ingeneroso dare tutte le responsabilità al Presidente uscente José Manuel Barroso, che pure in dieci anni alla guida di Berlaymont avrebbe potuto (e dovuto) guadagnare un ruolo politicamente più significativo per sé e la sua istituzione. La debole leadership politica della sua presidenza si è accompagnata infatti alla mancanza di figure di primo piano nel collegio dei commissari e alla perdita di prestigio dell’istituzione. Questi e altri fattori sono alla base dell’incapacità della Commissione di guidare questa fase della storia comunitaria.

Nelle scelte fondamentali degli ultimi anni la Commissione è stata assente, marginale, sempre a ruota del Consiglio. Travolta dalla crisi economica che ha messo a rischio la sopravvivenza dell’UE, la Commissione Barroso II ha mantenuto un basso profilo politico. Negli ambiti più sensibili ha agito accanto alla presidenza del Consiglio Europeo (chi ricorda anche solo una divergenza tra Barroso e Van Rompuy?) con il solo obiettivo di favorire il compromesso tra Stati membri in conflitto d’interessi su ogni dossier. La ricerca dell’interesse comune europeo, tanto cara ai fondatori dell’Europa unita, è passata in secondo piano rispetto alle necessità di conciliazione di capitali sull’orlo di una crisi di nervi (e di liquidità).

Oltre a favorire il compromesso tra governi nazionali, la Commissione Barroso lo ha sostenuto presso il Parlamento Europeo, divenuto negli anni sempre più assertivo. Il Commissario agli affari economici e monetari, il liberale finlandese Olli Rehn (da monitorare attentamente in vista della successione a Barroso), ha seguito l’impostazione politica della maggioranza pro-austerity del Consiglio, diventando uno dei membri più visibili e autorevoli di questo collegio.

Mai una volta, nel corso del suo secondo mandato, Barroso si è opposto apertamente ai compromessi al ribasso usciti dal Consiglio. Timide sono state le proteste per l’abbassamento del budget comunitario, in occasione del grande scontro sul quadro finanziario 2014-2020. Il prezzo del sì britannico alla nuova programmazione settennale è stata una severa riforma del personale delle istituzioni comunitarie. A Bruxelles ricordano come altre Commissioni, ben più autorevoli, avessero posto la tutela del personale comunitario come un presupposto non negoziabile.

Barroso esce di scena con la consapevolezza di aver visto da vicino il baratro del disastro dell’euro e dell’UE. La sua è stata una Commissione di mediazione tra Stati membri e tra istituzioni. In un momento di alta tensione politica questo ruolo ha consentito all’Unione di sopravvivere, ma non ha permesso all’Europa di ripartire. Il suo successore dovrà prendere spunto dall’esperienza del portoghese: l’UE ha bisogno di un motore indipendente dalle volontà nazionali. Per farlo serve coraggio politico, autonomia decisionale e autorevolezza personale. Avanti il prossimo.

Leggi l’editoriale all’interno del nuovo numero di Europae

Numero 9 - Copertina

In foto il Presidente della Commissione Europea in compagnia del Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy (Foto: Council of the European Union)

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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