martedì , 14 agosto 2018
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Se l’Italia si salva a Francoforte

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E se avesse ragione Michele Boldrin ? Se il destino dell’Italia, dopo mesi di furori dell’antipolitica e di caccia al tecnocrate, finisse proprio nelle mani del banchiere fra i banchieri ?

E’ probabile che l’economista di cattedra a Washington, protagonista della campagna elettorale appena conclusa come promotore del movimento FARE, faccia riferimento al ruolo di stopper che il governatore della Banca Centrale Europea ha tenuto nei confronti della speculazione a tutela dei rendimenti dei titoli italiani. Lo scorso 21 febbraio l’Eurotower ha fornito i dati relativi all’acquisto di bond dei paesi europei all’interno del Securities Market Programme (SMP) e i 103 miliardi di bond italiani che la BCE tiene ora in portafoglio hanno un solo significato: senza una decisa “campagna acquisti” a Francoforte, il governo guidato da Mario Monti non avrebbe potuto giovare della riduzione dello spread e quindi di un alleggerimento degli interessi sul debito. Certo, gli interventi del SMP e delle Outright Monetary Transactions (OMT) sono subordinati a condizionalità precise, alla realizzazioni di riforme strutturali quali quelle pensionistiche e del mercato del lavoro che l’esecutivo ha effettivamente realizzato.

La portata dell’intervento, paragonata con i 44 miliardi acquistati per la Spagna, dice qualcosa di più: molta della fiducia che i mercati sembrano aver ripristinato nel mercato finanziario italiano si deve all’intervento del più teutonico dei banchieri di casa Italia, che proprio alla Germania è riuscito a far accettare un’immissione di liquidità altrimenti indigesta a Berlino. La reazione dei mercati post elezioni in Italia ne è la riprova: di fronte allo spettro dell’ingovernabilità emerso dalle urne, i BTP decennali sono tornati nello spazio di soli due giorni a sfiorare il tasso del 5%, balzando a quasi 50 punti base in più rispetto alla “quota Monti”, di 287 punti superiore al rendimento dei Bund.

Anche l’Europa è spaventata osservando l’Italia oscillare pericolosamente sul baratro dell’ingovernabilità: il presidente della Commissione Manuel Barroso ha avuto contatti telefonici con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Martin Schulz ha ribadito che l’Europa ha bisogno di un governo italiano stabile, che sappia portare avanti delle riforme. Ma quali riforme ?

La formula dell’austerità senza crescita non ha funzionato e, anzi, ha contribuito ad un risultato elettorale in cui il promotore di quelle scelte, Mario Monti, ha pagato molte colpe non sue ottenendo a malapena il 10% dei consensi. Chi invece ha votato l’austerità per poi criticarla a spada tratta, il PDL di Silvio Berlusconi, è riuscito invece a convincere lo zoccolo duro del suo elettorato con le promesse di un fisco meno asfissiante e di un’Europa che non sia ad immagine e somiglianza della Germania e – perché no ? – senza euro se questo significasse ridare competitività al Paese. Un esito spiacevole per il Partito Popolare Europeo, che dopo aver fornito il suo endorsement a Mario Monti, si ritrova con l’obbligo imbarazzante di accogliere l’ennesima rinascita del Cavaliere. Non ride neanche il PSE, che poteva immaginare una sorta di linea comune fra Francia e Italia e invece si ritrova con un Partito Democratico «primo ma non vincitore», per dirla con il candidato premier Pierluigi Bersani. Il vero vincitore è il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, guru dell’antipolitica (con venature antieuro) ascesa agli scranni del Parlamento ma oggetto misterioso agli occhi di Bruxelles. Resta un nodo fondamentale da sciogliere: saprà il movimento di protesta adattarsi all’arte del compromesso politico per approvare riforme bipartisan, le stesse che “chiede l’Europa” ? Ovvero, l’intransigenza del Movimento potrà venire a patti con l’esigenza di coalizzarsi con altri partiti per formare un governo ?

In ogni caso lo scenario non è rassicurante: l’idea dell’Europa cui rispondere è molto eterogenea fra le tre formazioni e lo è ancor di più la progettualità per riportare l’Italia a crescere. Per certi versi, Cinque Stelle e PDL sembrano concordare sulla necessità di un fisco meno stressante, mentre l’enfasi sull’occupazione posta dal Pd è in linea con quanto espresso recentemente da Commissione, Parlamento  e Consiglio. L’idea di una larga maggioranza per un esecutivo tecnico che proceda nel risanamento del debito e promuova liberalizzazioni e flessibilità del lavoro è quanto di meglio l’Europa potrebbe aspettarsi dall’Italia, ma nessuno dei tre partiti potrebbe imboccare questa strada senza probabilmente votarsi al suicidio politico. Nuove elezioni renderebbero il Paese molto simile alla Grecia, e il M5S allo spauracchio Syriza che per mesi ha tenuto tutti con il fiato sospeso.

La soluzione più prossima si trova, forse, per davvero a Francoforte: Mario Draghi lo ha già ricordato in audizione al Parlamento Europeo, la BCE non può sostituirsi agli Stati ed alle riforme improrogabili. Nel frattempo, però, può aprire la cassaforte e accollarsi qualche altro miliardo di titoli italiani, placare gli isterismi postelettorali e lasciare che anche la minima riforma, se realizzata in un contesto di normalità finanziaria, possa convincere Europa e mercati che l’Italia non ha abbandonato la via maestra verso la ripresa. In attesa, ovviamente, che gli italiani tornino a votare una maggioranza degna di essere chiamata tale.

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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