martedì , 14 agosto 2018
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La crisi della socialdemocrazia europea, tra larghe intese e speranza italiana

Hannes Swoboda, capogruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo (PE), sembra non aver dubbi nell’identificare il vero vincitore della lunga, infinita vicenda che, in sessanta giorni di consultazioni e terremoti politici, ha portato l’Italia alla formazione di un governo.

Spero che Berlusconi accetti il duro impegno riformatore del nuovo governo. In Europa abbiamo bisogno di un’Italia forte e rinnovata

In fin dei conti la sua lettura non si discosta molto da quella dei tanti osservatori italiani che, nella composizione dei ventuno ministeri del governo presieduto da Enrico Letta, leggono un importante successo di Silvio Berlusconi, il secondo in ordine di tempo dopo la straordinaria rimonta che ha portato il suo partito, il Popolo della Libertà (PdL), a sfiorare la vittoria nella tornata elettorale dello scorso 25 febbraio. Interni, Salute, Infrastrutture e Trasporti, Agricoltura e Riforme Costituzionali: cinque dicasteri dall’elevato peso specifico saranno guidati da esponenti PdL e Angelino Alfano, attuale segretario del partito, sarà anche l’unico vicepremier.

Chi esce sconfitto è certamente il Partito Democratico (PD) che pure esprime otto ministri oltre al Presidente del Consiglio. La componente socialdemocratica dell’ex candidato premier Pierluigi Bersani, maggioritaria all’interno del centrosinistra, finisce per esprimere un solo ministero, per quanto rilevante come lo Sviluppo Economico.

70894-imgUn esito per molti scontato dopo il fallimentare esito elettorale, divenuto certezza con le dimissioni da segretario di Bersani dopo le tragedia politica consumatasi nel corso della rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica. La nomina di Enrico Letta a premier suggella infatti un tentativo di mediazione fra le componenti meno estreme di centrodestra e di centrosinistra, saldatosi attorno alle componenti post-democristiane di PD, PdL e Scelta Civica, la lista di Mario Monti che esprimerà anche due ministri come Mario Mauro alla Difesa e Enzo Moavero agli Affari Europei.
Viene quindi meno quella corrente del PD che, con Bersani e il responsabile economico Stefano Fassina, si era espressa in vista delle elezioni per un’inversione di tendenza nelle politiche europee di austerità, proiettando nel futuro un asse Roma – Parigi dopo aver ricevuto anche il prestigioso endorsement di Martin Schulz e altri leader della socialdemocrazia europea nel corso di un evento organizzato a Torino dalla Fondazione ItalianiEuropei di Massimo D’Alema. Quando Swoboda decide di appellarsi al senso di responsabilità di Berlusconi, inviso al PSE dai tempi del “kapò” dato a Schulz – e nemmeno troppo simpatico al Partito Popolare Europeo (PPE) che in tempi non sospetti gli aveva preferito Mario Monti  – rivela quindi alcune debolezze comuni ai partiti socialdemocratici d’Europa.

La rivoluzione che sarebbe dovuta iniziare dalla Francia e dal changement di Francois Hollande, per proseguire appunto con l’Italia di Bersani e culminare con il successo della SPD in Germania nelle elezioni del prossimo settembre ha subito brusche frenate: basti ricordare il forte calo dei consensi patito da Hollande a fronte di una gestione impacciata dell’economia francese. In Germania, poi, gli ultimi sondaggi vedono i socialdemocratici di Peer Steinbruck fermi al 26% contro il 38% della CDU/CSU di Angela Merkel. Ulteriori segnali erano giunti già venerdì con la forte presa di posizione del Partito Socialista Francese nei confronti “dell’intransigenza egoista del cancelliere Merkel”, poi amplificata in serata dallo stesso Swoboda con un tweet in cui si accusava Merkel di “non saper distinguere austerità negativa da un positivo consolidamento di bilancio”. La crescita, la lotta contro la disoccupazione, tante volte invocate dallo stesso Schulz, hanno rischiato così di perdere i principali alfieri politici.

70901-imgEppure, la formazione del governo italiano può fornire un’ottima sponda, più di qualche pugno battuto sul tavolo o di roboanti comunicati: la dicotomia tra austerità e crescita non è più materia di apartenenza politica. Dopo il coming-out della Commissione Europea e della BCE il fallimento delle politiche di rigore portate oltre il limite della sopportazione è un dato di fatto.Più che confidare nel raziocinio di Berlusconi, si può porre fiducia in una formazione di governo che, oltre a vantare il record di età media più bassa e di presenza femminile con ben sette donne ministro, può fregiarsi di una marcata impronta europeista. A cominciare dal premier Letta, che poco più che trentenne nel 1996 sedeva già nel Comitato per l’Euro del Ministero del Tesoro presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, prima di guidare il ministero delle Politiche Comunitarie. Parlamentare europeo dal 2004 al 2006, Letta ha saputo distinguersi, anche attraverso un’intensa produzione saggistica, come osservatore attento delle dinamiche d’integrazione politiche , soprattutto, monetarie.

Emma Bonino, già Ministro agli Affari Europei e Commissario agli Aiuti Umanitari, porterà al dicastero degli Esteri l’immagine di donna forte, una padronanza quasi impareggiabile di tematiche diritti umani e cooperazione allo sviluppo in cui l’Ue deve ancora rafforzare la sua credibilità e una voce importante a sostegno del processo federativo. Enzo Moavero Milanesi sarà ancora ministro agli Affari Europei e, come già accaduto con Mario Monti, sarà l’alleato più prezioso del nuovo premier nella gestione dei dossier europei, l’uomo chiave nel tessere quelle relazioni su cui si baserà l’azione italiana. A Mario Mauro, già vicepresidente del PE, si chiederà infine di portare la Difesa italiana sempre più vicina all’integrazione in sede europea.

Per certi versi il modello delle larghe intese potrà essere esteso su scala europea: l’azione congiunta di governi dal colore profondamente diverso come quelli di Francia, Spagna e Italia dovrà essere risoluta nel mettere paletti precisi alle richieste della Germania. La probabile iniezione di liquidità della BCE dovrà essere sorretta da investimenti nei fattori che aumentano la produttività, dalle infrastrutture alla ricerca rimandando al futuro un ripianamento del deficit che ora appare una mossa suicida. Una compattezza trasversale, di cui si sono avvertiti i primi segnali quando i quattro gruppi partitici del PE si schierarono all’unanimità contro la proposta di bilancio pluriennale licenziata dal Consiglio Europeo di febbraio.

Il ritorno ai tavoli di un governo italiano compatto e sorretto da un’ampia maggioranza potrebbe così essere il game changer. Quanto potrà durare? Difficile a dirsi, ma il fortissimo imprinting lasciato dal Presidente Napolitano dovrebbe essere garanzia per un arco di tempo sufficiente a mandare in porto riforme essenziali per le istituzioni e l’economia. Basterà per garantire la stabilità e la risolutezza richieste dall’Europa ?

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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