18comix

Torna ad osare, Europa!

di Antonio Scarazzini Davide D’Urso

800px-Flag_of_Europe.svgEsattamente 63 anni fa, a Parigi, il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman pronunciava un discorso che sarebbe passato alla storia come l’atto di inizio di un percorso epocale che ha portato ventisette e presto ventotto Paesi europei ad unirsi in quella che oggi è l’Unione Europea. Proponendo alla Germania e agli Stati europei interessati di mettere in comune niente di meno della produzione del carbone e dell’acciaio, sottoponendola al controllo di un’Alta Autorità terza e sovranazionale, la Francia di Jean Monnet lanciava infatti un progetto politico di pacificazione senza precedenti.

Il continente che nel mezzo secolo precedente aveva vissuto la sua grande e autodistruttiva Guerra Civile (1914-1945) trascinando il mondo nell’abisso dei due conflitti mondiali, diventava nel 1950 il più grande laboratorio di pace e integrazione economica della storia. Il Premio Nobel per la Pace, assegnato all’UE lo scorso ottobre, rappresenta il riconoscimento, peraltro tardivo, dell’incredibile impresa di aver reso la guerra in Europa non solo improbabile, ma anche “materialmente impossibile”. La pace, indubbiamente, è stato il movente fondamentale alla base della costruzione dell’Europa unita. La capacità di immaginare soluzioni coraggiose, ambiziose e del tutto innovative a problemi tanto tragici quanto concreti è stato però il segreto del successo dell’integrazione europea. La Comunità Europea, che negli anni Cinquanta avrebbe lanciato il grande progetto di un Mercato Unico, ebbe un ruolo fondamentale nel rilanciare la crescita economica e ridare all’Europa occidentale prosperità, benessere e una rinnovata centralità internazionale, diventando nel giro di pochi decenni un esempio per molte regioni del mondo.

In oltre sessant’anni di percorso comune, gli Europei hanno imparato cosa significa vivere insieme, lavorare insieme, fare parte di una stessa comunità di valori e di una stessa organizzazione politica. Si sono abituati alla semplicità di attraversare confini ormai solo più simbolici, ad usare la stessa moneta e anche a cercare presso le stesse istituzioni, siano esse una banca centrale, un parlamento sovranazionale, un consiglio intergovernativo o un organo burocratico sovranazionale, risposte a problemi comuni. Purtroppo, però, negli ultimi anni queste risposte non sono arrivate.

Non solo l’Europa ha smesso di creare progetti ambiziosi per dare risposti a problemi concreti, ma si è rivelata incapace di funzionare in modo efficace per risolvere una crisi prima finanziaria e poi economica che sta minando non solo la posizione internazionale dell’UE nel mondo sempre più competitivo di oggi, ma lo stesso benessere dei cittadini europei. La spinta propulsiva di un passato relativamente breve, ma denso di conquiste, sembra oggi esaurirsi. Sembra, appunto, perché mai come oggi l’Europa è stata al centro dei dibattiti politici nazionali e così presente nella quotidianità dei suoi cittadini, per quanto talora percepita come vincolo e freno alle legittime aspettative di benessere sociale e individuale. Ciò accade perché non è “per fatale coincidenza ma proprio per evitare la fatalità” che i Paesi europei hanno scelto di unirsi, come ha ricordato il Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy in un discorso tenuto all’università di Helsinki.

Certo, non v’è ormai dichiarazione o proposta che si levi da Bruxelles senza un seguito di polemiche, dal diverso grado di ragionevolezza, perlopiù inserite in quel vasto ed eterogeneo fenomeno che è l’euroscetticismo. Non un pericolo in sé – mai si è dubitato sulla necessità di voci critiche – ma un vulnus al processo d’integrazione europea quando nasce dallo scoramento di cui la crisi economica si fa portatrice e s’intreccia con soluzioni populiste, così drammaticamente semplicistiche nell’indicare come soluzione l’arretramento, se non la rinuncia, del progetto di unificazione europea.

Eppure, la causa prima della maldestra gestione della crisi dell’euro – non della crisi stessa – è quella individuata a più riprese nei discorsi di premier e Capi di Stato: l’assenza di una solida Unione Politica a sostegno dell’architettura dell’Unione Economica e Monetaria in cui una moneta unica ha finito per essere sottesa alle politiche economiche di diciassette diversi Paesi. E’ mancata invece la convinzione nell’avviare immediatamente un processo di consolidamento politico, in particolare per dotare l’impianto istituzionale europeo e le proprie decisioni in materia economica di quella legittimazione popolare che, sola, potrebbe debellare i germi della speculazione politica e del calcolo elettorale. Il prevalere del dato politico nazionale non solo ha ritardato questo cammino ma, anzi, ha rinfocolato sterili divisioni tra gli stessi Paesi europei e tra le opinioni pubbliche nazionali ormai più propensi a ritrovare nell’Europa un regolatore paternalista anziché un veicolo di sviluppo.

Il contesto economico e sociale di questi ultimi giorni non ammette errori o timidezze; Enrico Letta, da poco nominato premier di una larga coalizione di governo in Italia, lo ha espresso in maniera chiara – al netto di una più che comprensibile captatio benevolentiae nei confronti dei cittadini italiani e dei suoi omologhi europei –  chiedendo al Consiglio Europeo di giugno risposte immediate, che dimostrino nei fatti che la fiducia nell’Europa non può essere atto di cieca fede ma di adesione convinta in un progetto che sa essere efficace sulla vita dei cittadini.

Con una buona dose di autocritica, di cui già si vedono i primi segnali, l’Unione Europea deve quindi riconoscere i suoi errori: l’austerità (alias rigore, alias consolidamento fiscale) nelle politiche fiscali non rappresenta di per sé stessa un fattore regressivo. Lo diventa quando la si identifica, com’è stato fatto, tanto come la soluzione della cause della crisi economica (elevati debiti pubblici, spesa pubblica eccessiva e improduttiva) quanto come rimedio d’emergenza al collasso economico vissuto in Grecia o a Cipro. Il rigore dei conti pubblici, sacrosanto presupposto per scongiurare il ripetersi  di tali crisi, è così divenuto sostituto perfetto del sostegno alla crescita come volano per la fuoriuscita da un circolo vizioso in cui finanza pubblica e privata hanno finito per alimentare vicendevolmente uno stallo totale, trasferito dal sistema bancario a quello produttivo e, infine, ai consumatori. Il coraggio che è mancato, ad esempio, nel fornire tempestivamente piena operatività agli strumenti di risoluzione finanziaria, EFSF e ESM, è stato frutto di una visione politica miope e, contrariamente alla vulgata più diffusa, dall’assenza di proposte  alternative e complementari alla linea politico-economica offerta dalla Germania, cui altri Paesi in posizione politicamente più debole (la Francia di un Sarkozy distratto dalle elezioni o l’Italia in crisi di credibilità) hanno deciso di allinearsi senza potere o volere incidere.

Questo dovrà anche essere il tempo del pragmatismo: Manuel Barroso, Presidente della Commissione, si dice convinto che entro quattro anni l’Europa sarà più federale di oggi e propone anzi la presentazione di bozze di modifiche di Trattato che diventino tema fondamentale del confronto politico per le elezioni del Parlamento Europeo che si terranno nel 2014. Negli ambienti accademici, poi, è vivo un fervente dibattito sull’elezione diretta del presidente della Commissione, ma il rischio è che un’opinione pubblica delusa e confusa scambi tutto questo per sterili discussioni di lana caprina. Ecco allora che la lezione di Robert Schuman ritrova una sconcertante modernità a 63 anni di distanza:

L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto.

La solidarietà va ora costruita con un atto di coraggio, che metta da parte divisioni politiche e (presunte) contrapposizioni nazionali: il disagio sociale creato da una disoccupazione in crescita costante, da una produzione industriale indebolita dal credito prosciugato non è accettabile se non, estremizzando, addirittura incostituzionale ai sensi di un Trattato che si prefigge come obiettivo “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale“. Un’Europa silenziosa, quella delle commissioni parlamentari o delle Direzioni Generali della Commissione, lavora ogni giorno per la coesione e la solidarietà, all’ombra delle grandi luci che i media tributano a grandi consessi e conferenze stampa, laddove ormai l’attività di mediazione e di costruzione di linee politiche non può più essere approvata o contestata.

E’ questa l’Europa che i suoi cittadini devono imparare a conoscere, è su queste basi concrete, non su fantomatici assi tra Capitali, che si deve erigere il progetto, concreto nella sua azione e visionario nelle ambizioni, dell’Unione Europea del futuro. Oggi come 63 anni fa, l’Europa deve tornare all’ambizione visionaria, alle soluzioni politiche innovative e radicali capaci di dare risposte a problemi altrimenti insormontabili. Pur nella critica, pur nella freddezza, serve ritrovare fiducia, serve fare squadra, serve ritrovare l’orgoglio di essere europei. Oggi come 63 anni fa, di fronte ad una crisi che questa volta non nasce da una guerra, ma rischia di avere gli stessi effetti di divisione e marginalizzazione, l’Europa deve tornare a dimostrare il suo coraggio di osare.

Check Also

#LoStatoDellUnione, prima puntata: istituzioni e volti dell’Ue

Chi comanda in Europa? Comincia dal quesito principe il percorso de “Lo Stato dell’Unione“, il …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *