martedì , 21 agosto 2018
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Tra ideali e portafoglio, il dilemma della difesa in Europa

Una dicotomia fra l’aspetto valoriale e simbolico e quello economico: la storia dell’integrazione europea si dipana, in fondo, su questo duplice binario. Il primo legato all’idea di cosa l’Europa debba  e possa diventare, al progetto di una costruzione politica da cui far diramare una struttura istituzionale dotata di competenze settoriali. Il secondo impostato su ciò che l’Europa può fare, sul concetto funzionalista di un’unione che si erige da una base prettamente economica e commerciale, da cui far derivare il carattere politico-istituzionale più adatto a governarne lo sviluppo.

La costruzione di un esercito europeo o, nell’accezione più ampia ed inclusiva, di un’effettiva politica di difesa europea si scontra inevitabilmente con l’ambiguità del cammino del processo d’integrazione, in cui il dato politico ed economico continuano a marciare separati e, forse, senza un’idea dell’Europa cui si vuole pervenire. La storia dei tentativi di erezione di una difesa comune nel Vecchio Continente, spiega Luca Barana, è il sunto dello strenuo tentativo delle sovranità nazionali di resistere alla loro progressiva erosione, alla perdita di centralità globale dei singoli Stati europei se considerati come singoli atomi di un nucleo chiamato Unione Europea.

Se è ad un super-Stato europeo che l’integrazione vuole infine giungere, pare subito chiaro che solo l’unificazione e la razionalizzazione delle forze armate nazionali può consentire lo spostamento in capo all’Unione della prerogativa dell’uso legittimo della forza, che nello stato-nazione di accezione weberiana si affianca alle facoltà di battere moneta, già raggiunta grazie all’introduzione dell’euro, e di riscossione fiscale. Il dibattito sulla creazione di una difesa europea altro non è se non una delle facce di quella medaglia che è l’eterna lotta fra l’impostazione intergovernativa, conservatrice delle sovranità nazionali, e il processo di comunitarizzazione, di cui il secondo risvolto è proprio l’unificazione delle politiche fiscali, ancora ben di là dal realizzarsi.

Quale binario imboccare dunque per realizzare una vera difesa integrata, che superi la vacuità di una Politica Comune di Sicurezza e Difesa (PCSD) priva di un disegno strategico condiviso pur all’interno di un quadro giuridico relativamente ampio e ben definito ?

Se si sceglierà di proseguire in ossequio ai valori politici dell’integrazione europea, sarà fondamentale ridefinire l’entità dell’azione globale dell’UE e dunque rimodellare le strutture civili e militari sulla base di una nuova Grand Strategy. Dal 2003, anno di pubblicazione della prima Strategia di Sicurezza Europea poi rivista nel 2008, il concetto strategico europeo si è tradotto in forme più articolate rispetto al contesto di conflitto armato, concependo interventi di polizia internazionale e riconoscendo l’entità sempre più rilevante di minacce dai tratti fluidi e indefiniti quali il cambiamento climatico, la sicurezza energetica e i flussi migratori, cui l’attività dell’agenzia Frontex – raccontata in questo numero da Aldo Carone – ha cercato (invano) di porre rimedio.

Un concetto tradotto operativamente nello stabilimento di Battlegroups, battaglioni ad alta specializzazione, capaci di operare rapidamente e con flessibilità nelle missioni più disparate, alla prova dei fatti dimostratatisi prigionieri, evidenzia Enrico Iacovizzi, della loro stessa natura intermodale. Sullo sfondo l’ambiguo rapporto che la difesa europea, sin dai primordi dell’Iniziativa Europea di Difesa in ambito NATO, vive con l’Alleanza Atlantica, producendo duplicazioni di strutture e linee di comando descritte nelle prossime pagine da Giuseppe Lettieri.

Eppure, la strada verso una politica di sicurezza comune, complementare all’unione monetaria nella costruzione di una statualità europea, corre il rischio più che mai concreto di giungere con il Consiglio Europeo del 18 e 19 dicembre all’ennesima dichiarazione d’intenti. L’ennesima defaillance del metodo intergovernativo – tra le ultime vittime il bilancio dell’Ue sino al 2020 – che lascia più di un dubbio sulla capacità dei Ventotto di ritrovare lo slancio con cui a Colonia, nel 1999, si licenziò la nascita della Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD).

Le divisioni tra Stati membri sono lampanti nelle priorità di intervento militare (vedasi l’attivismo francese in Africa e l’inerzia tedesca nel trattare la questione siriana), nell’interpretazione del dilemma euro-atlantico e della rapidità (e autonomia) con cui l’Unione Europea debba riprendersi il fardello della garanzia di sicurezza nel Vecchio Continente. Ed è qui che s’inserisce il dato economico, laddove l’Ue ed i suoi membri hanno l’obbligo da garantire ai 500 milioni di europei un’efficacia maggiore di quanto mostrato sinora.

Nel 2012 i Paesi dell’Unione hanno speso per le proprie forze armate circa 190 miliardi di euro, impiegando più di un milione e 850 mila uomini tra civili e militari. Organici e spese per il personale sono calati del 2,8% e 2,6% rispetto al 2011 ma questo capitolo di spesa rimane ancora al di sopra del 50% del totale. La stessa voce ha inciso negli Stati Uniti solo per il 25,6% del totale, lasciando spazio per 75 miliardi di investimenti in ricerca e sviluppo, pari al 13% del bilancio del Dipartimento della Difesa. In Europa la ricerca ha ottenuto solo il 2% dei bilanci del settore ma, per una qualche logica perversa, gli Stati membri sono in grado di impegnarsi nello sviluppo e produzione di ben trentasei equipaggiamenti o sistemi d’arma contro gli undici realizzati negli Stati Uniti, secondo quanto rilevato da uno studio dell’Istituto Affari Internazionali.

La dispersione di energie e risorse è resa ancora più evidente dai dati sul collaborative procurement, sulle commesse cioè realizzate in cooperazione tra più Paesi europei, che nel 2012 si è attestato solo al 16,8% dei 34 miliardi di euro complessivamente spesi, ben lontani dal benchmark del 35%. Dati che confermano l’ancora strettissima dipendenza tra l’industria della difesa e i governi nazionali, ancora i principali clienti delle rispettive imprese del settore. Un legame mortale per le imprese stesse, che si vedono vittime dei tagli ai bilanci operati nel corso della crisi economica e della ormai ridotta propensione all’investimento in ricerca e sviluppo. Viene così mortificato l’effetto spillover, il trasferimento nel settore civile di know-how tecnologico sviluppato accanto ai sistemi d’arma, sprecando il valore aggiunto che il tessuto di piccole e medie imprese ad alta capacità d’innovazione, su cui si concentra Gianluca Farsetti, può generare all’interno della stagnante economia europea.

La condivisione di requisiti operativi che si traducano nella realizzazione congiunta di programmi di progettazione o produzione di sistemi d’arma è quindi la prima vera esigenza cui i capi di Stato e di Governo dovranno affrontare nel summit di Bruxelles: un’esigenza che si origina dall’obbligo di garantire ai propri cittadini un utilizzo efficiente e razionale delle risorse, pur in molti casi esigue ed insufficienti, messe a disposizione del settore difesa.

L’Agenzia Europea di Difesa, l’ente deputato dall’Ue alla regolazione del settore, continua a lanciare vani appelli alla realizzazione di programmi di cooperazione, su tutti il Pooling & Sharing, ossia la messa in comune e condivisione di equipaggiamenti, infrastrutture, conoscenze, expertise al fine di ridurre duplicazioni a livello continentale. Sordi ai richiami di un’agenzia costretta a drastiche diete da risicatissimi bilanci, gli Stati europei continuano invece a mantenere le proprie singole forze di terra, di aria e di mare, le proprie industrie ed aree geografiche di riferimento.  Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’Europa costretta a tirare per la giacchetta un Barack Obama non proprio convinto della campagna libica e poi umiliata sulla questione siriana dal capolavoro diplomatico sciorinato da Vladimir Putin. In breve, il fallimento della PSCD così come sinora l’abbiamo conosciuta, proprio nel Mediterraneo alle porte di casa.

C’est l’argent qui fait la guerre, recita un vecchio adagio. Ma l’Europa di oggi non ha nemici nelle sue immediate vicinanze a cui dichiarare guerra, né il suo essere “potenza civile” può essere messo in dubbio dal mantenimento di una forza credibile di sicurezza e difesa. Il vero nemico è tutto interno all’Unione Europea, quel populismo che rinfaccia l’inefficacia delle attuali istituzioni nell’offrire ai cittadini una soluzione alla crisi economica e sociale. L’opportunità offerta dal Consiglio Europeo di dicembre è tutta qui, simbolica e avida allo stesso tempo: risparmiare e condividere, tagliare e selezionare. Soprattutto, silenziare una volta per tutte gli egoismi nazionali.

Online il numero 8 di Europae, dal titolo “Difendere l’Europa. I dilemmi e le opportunità della difesa europea

europae

In questo numero: 

– Tra ideali e portafoglio, il dilemma della difesa in Europa di Antonio Scarazzini

– La storia e la struttura istituzionale della politica di sicurezza e difesa di Luca Barana

– NATO e UE: complementarietà o concorrenza ? di Giuseppe Lettieri

– European Union Battlegroup: capaci di tutto, pronti a niente di Enrico Iacovizzi

– Sicurezza nei mari e controllo delle frontiere: serve più Europa di Aldo Carone

– L’Europa e l’economia della difesa di Gianluca Farsetti

In foto, da sinistra Claude-France Arnould, direttrice dell’Agenzia Europea di Difesa, e Catherine Ashton, Alto Rappresentate per la Politica Estera e di Sicurezza dell’UE (© Council of the European Union – 2013)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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