martedì , 14 agosto 2018
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Ucraina: quando la storia non s’impara. Si fa.

#Euromaidan: piazze e social network, vecchie e nuove forme di protesta si uniscono di nuovo per svelare difetti e brutture di governi, o forse sarebbe meglio dire regimi, di cui, sebbene convivessero accanto a noi, ci siamo curati poco e con cui eravamo anche disposti a scendere a patti, sperando nella validità del principio del bastone e della carota o forse della pacifica transizione democratica, come se la storia non ci avesse insegnato nulla.

L’Ucraina dal 21 novembre è in protesta per la mancata firma dell’Accordo di associazione con l’Unione Europea, quel fatto che un giorno leggeremo sui libri di storia descritto come “la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, come l’omicidio di Francesco Giuseppe a Sarajevo fece esplodere la prima guerra mondiale. E ieri anche a Kiev l’omicidio c’è stato, anzi gli omicidi. A cadere a Piazza Maidan sono stati forse tre manifestanti (alcune fonti parlano di cinque, altre di due), accanto a feriti che nessuno riuscirà mai a contare. A provocare l’escalation delle proteste e quindi la reazione della polizia è stata l’approvazione da parte del governo ucraino di nuove leggi che limitano altamente la possibilità di manifestare. L’ennesimo strattone alla democrazia, insomma. Se la guerriglia urbana ha portato Ianukovich a chiamare a palazzo l’opposizione, sembra tuttavia impensabile che con una serie di concessioni possa davvero placarsi l’ondata di ribellione.

La vecchia e cara Unione Europea, poverina, ha reagito come poteva con gli inevitabili comunicati stampa di sdegno, di richiesta di riappacificazione con l’opposizione alle autorità ucraine, di condanna alle leggi messe in piedi per restringere le libertà fondamentali. Fino ad ora, a dire il vero, ad aver scritto le due righe di circostanza sono stati solo Barroso e Ashton e – sarà che di fronte alla morte non si sa mai cosa dire – sono dichiarazioni che non aggiungono né tolgono nulla alla paralisi europea. Per fare un esempio, la Baronessa Ashton scrive: «Invito tutti gli interessati alla moderazione. L’uso della forza e il ricorso alla violenza non è una risposta alla crisi politica. Tutti gli atti di violenza devono finire immediatamente e gli autori indagati. I responsabili dovranno essere chiamati a rispondere». Proprio due giorni fa, tra l’altro, erano presenti a Bruxelles due esponenti del movimento EuroMaidan, Ruslana Lyzhychko e Oleksiy Honcharuk, in qualità di ospiti alla plenaria del Comitato Economico e Sociale Europeo (CESE) che per l’occasione ha approvato una risoluzione a sostegno della società civile ucraina. Gli Stati Uniti, invece, hanno preso la prima azione concreta, comunicando di avere revocato il visto ad alcuni responsabili delle violenze di questi mesi. Ma certo la posizione più chiara è stata assunta da Mosca. Il Ministro degli esteri Lavrov, che certo non ama i giri di parole, due giorni fa aveva infatti chiaramente invitato gli Stati europei a non interferire nella politica interna dell’Ucraina, dichiarando disgustosi ed anche contrari alla diplomazia le manifestazioni di solidarietà verso i protestanti. Riferimento rivolto, tra gli altri, ad Ashton, Westerwelle e Nuland.

Chi scrive non tirerà certo astratte conclusioni da simili epocali vicende, ma si dibatte fra tre diverse sensazioni mosse dagli eventi recenti: la prima è il senso dell’impotenza. Sarà vero che internet ci ha reso tutti più vicini, ma in questi casi mai così lontani e disarmati, con il solo computer sul divano per dar voce alle proteste. Lontani fisicamente ma anche psicologicamente, perché qui più ad ovest si è perso lo slancio di fare, cambiare e guardare al di là del nostro piccolo. Non ci sarebbe meraviglia nel leggere, domani, che quei “tre manifestanti se la sono cercata”, che “se fossero rimasti a casa sarebbero ancora vivi”. La seconda è il senso della delusione. C’è sempre stupore e rabbia nel constatare come l’Unione Europea si dimostri sempre in ritardo, immatura nella gestione delle sue relazioni esterne (ed anche interne). Ma l’ultima sensazione, per fortuna, è il senso della gratitudine. Per essere da quest’altra parte, pur con tutti i difetti correggibili che l’Unione Europea si porta dietro. Alla vigilia delle elezioni europee, un messaggio da non trascurare.

In foto, uno dei manifestanti pro Unione Europea in piazza Maidan (© mac_ivan – Flickr)

L' Autore - Valentina Ferrara

Vice-direttore - Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche con una tesi in Storia dell'Integrazione Europea dal titolo "Unione Europea e discriminazioni". Ho sempre avuto la passione per il giornalismo, per il mondo della comunicazione e per l'Unione Europea, per questo non ho avuto alcun dubbio a partecipare alla creazione di Europae, la fonte d'informazione che sono sempre andata cercando.

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