venerdì , 23 febbraio 2018
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UE al ribasso, bocciata con merito

«Il Consiglio si compiace», ovvero anche gli asettici paragrafi delle conclusioni del Consiglio Europeo sanno regalare ironia.

L’accordo sulla struttura definitiva dell’unione bancaria ratificato a Justus Lipsius piace agli Stati membri, ma il pacco natalizio che si cela dietro all’imponente incarto del meccanismo unico di risoluzione (SRM) nasconde una ben amara sorpresa. Che, in fondo, tanto sorpresa non è. Lo strumento che dovrà intervenire in salvataggio delle banche in via di fallimento diluisce nei prossimi 11 anni la costruzione di un fondo europeo unico di risoluzione. La Commissione Europea, per quanto lenta e burocratizzata, non potrà assicurare la terzietà dell’ente risolutore, così come da progetto originale, venendo esclusa dal board che dovrà intervenire sugli istituti che la BCE avrà individuato a rischio di fallimento.

La regola dei bail-in, per cui almeno l’8% delle passività dovranno essere imposte come perdite a azionisti, obbligazionisti e depositanti sopra i 100.000 euro prima di accedere ai fondi comuni, entrerà in vigore solo dal gennaio 2016, mentre le modalità di azione del board rimangono vischiose: nei casi di ricapitalizzazione che superino il 10% dei fondi del SRM (se la disponibilità sarà di 55 miliardi, il limite è presto superato), si deciderà a maggioranza dei due terzi che rappresentino almeno il 50% dei fondi messi a disposizione dalle banche. Un diritto di veto affidato ai Paesi in cui risiedono gli istituti maggiormente capitalizzati dei 130 vigilati dalla BCE. Il backstop che farà le veci del SRM nel decennio di transizione continuerà ad essere finanziato da risorse nazionali o tramite il Meccanismo Europeo di Stabilità, se mai la Germania farà cadere le resistenze in merito.

Della serie “i panni sporchi si lavano in casa propria e, se possibile, non si vanno a lavare in casa d’altri”, anche se il Ministro delle Finanze italiano Saccomanni ha cercato di intestare all’Italia la creazione del paracadute, perdendo di vista il fatto che sarà ancora decisivo un accordo intergovernativo, da chiudere entro marzo. Vince la Germania, che tutela al meglio un sistema bancario seduto sui carboni ardenti, ma lascia l’Europa ancora orfana di una governance rapida ed effettiva. Certo, le banche vengono finalmente inserite in un quadro che ne regola la sorveglianza, ma senza potenza di fuoco quest’unione bancaria è “paracetamolo finanziario”, per parafrasare l’Olli Rehn dell’estate 2012.

Mario Draghi, governatore della BCE, plaude all’accordo, ma è lecito riflettere su quanto questa forma edulcorata di unione bancaria possa condizionare l’Asset Quality Review che l’Eurotower avvierà in primavera. Prima del 2015-2016 le ricapitalizzazioni che verranno richieste dopo gli stress test non godranno del SRM nel suo quadro definitivo e sarà probabile il ricorso alla clausola di emergenza che permette temporanee iniezioni di capitali pubblici agli istituti che non riescano a completare la raccolta sui mercati, destino che in Italia potrebbe toccare a Montepaschi di Siena o Banca Carige. Se l’obiettivo dell’unione bancaria era “rompere il circolo vizioso tra banche e debito sovrano”, sollevando il peso dei salvataggi dalle spalle dei contribuenti, la strada è quella sbagliata.

Martin Schulz ha subito annunciato battaglia da parte del Parlamento Europeo, che rimane così l’ultimo baluardo per la difesa di un sistema di salvataggio autenticamente europeo, ma l’euroscetticismo montante trova terreno fertile di fronte ai mezzucci con cui i governi europei contrattano soluzioni di compromesso. In cambio di un’unione bancaria che, come detto, è gradita a Berlino, Angela Merkel ha ceduto in parte ad esempio sulla questione dei “contratti per le riforme”, partenariati con cui uno Stato concorderebbe con gli altri membri e l’UE una serie di riforme strutturali nell’ambito del semestre europeo. Nulla di fatto su uno strumento che avrebbe quindi vincolato gli Stati ad impegni precisi sulla crescita e sull’occupazione e che ora hanno guadagnato tempo sino all’ottobre 2014.

L’UE chiude l’anno avvitata sul suo consueto sistema decisionale, con un accordo al ribasso che tanto assomiglia a quello con cui il bilancio settennale fu abbattuto sotto il tetto dei 1000 miliardi di euro. E proprio alle chiuse del Consiglio Europeo, Standard & Poors ha privato l’Unione della tripla A, con un downgrade ad AA+. Per quanto mostrato, giudizio ancora troppo generoso e non del tutto meritato.

In foto i capi di Stato e di governo riuniti al Consiglio Europeo (Foto: Council of the European Union)

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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