mercoledì , 21 febbraio 2018
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Ucraina: l’UE e la sottile linea morbida

La crisi ucraina ha avuto un merito, come quella georgiana del 2008, le “primavere” arabe o le guerre balcaniche degli anni ’90. Ha rivelato le difficoltà occidentali, e in particolare europee, a rapportarsi con un doppio binario: da un lato l’interesse a difendere e diffondere il più possibile i valori democratici e la democrazia come strumento di governo, dall’altro la necessità, per adempiere in pieno al primo punto, di intervenire direttamente, sporcandosi le mani e correndo dei rischi.

Non è una novità: Thomas Jefferson condusse una dura battaglia nel tentativo di convincere il Presidente George Washington che i valori fondativi degli Stati Uniti d’America imponevano loro di entrare in guerra a fianco della Francia e contro l’Inghilterra. Ovvero, per sostenere una Repubblica contro una Monarchia.

Oggi il problema si ripropone, causando agli Stati europei una certa confusione. È vero che la politica estera dell’Unione è oggi poco meno della somma di 28 politiche estere, ciascuna con i propri interessi e aree di influenza. Il risultato di cinque anni di Ashton sono state 28 medie potenze. Ma non è detto che la politica estera europea, se i 28 parlassero con una voce unica, se avessero un ministero unico e un forte ministro in comune, sarebbe tanto diversa, tanto più credibile, tanto più influente.

La prova è facile da trovare: basta guardare l’altra sponda dell’Atlantico, dove la politica estera è saldamente nelle mani del governo federale di Washington. Dove il comandante in capo dell’esercito è il Presidente, e la sua autorità in materia di difesa è indiscussa. Dove il budget della difesa è unico per tutti gli Stati, federale, ed è il più sostanzioso del mondo. Ma dove le idee per contrastare la prepotenza russa sembrano essere poche proprio come in Europa.

Se ci si pensa bene, al netto di tutte le riflessioni più complesse sugli strumenti della politica estera europea, sulle difficoltà di coordinamento, sull’insipienza politica di alcuni personaggi, la posizione che l’Unione Europea ha assunto nei confronti della crisi in Ucraina va bene più o meno a tutti, perché rispetta il requisito di supportare la democrazia senza rischiare direttamente.

Ciò porta però ad un’altra conclusione: la politica estera europea c’è. Magari non ci piace, ma esiste. Nessuno dei 28 oggi rischierebbe uno scontro diretto contro la Russia, e non c’è ragione per ritenere che se a decidere fosse Bruxelles come capitale federale, le cose sarebbero diverse. Forse avremmo deciso sanzioni economiche più pesanti: ma perché l’UE dovrebbe prendere misure che ne danneggiano l’economia, anche se solo in alcune parti? In buona sostanza, in base a cosa possiamo ritenere che l’Unione Europea federale agirebbe in maniera diversa da come sta agendo e decidendo oggi?

Solo dieci anni fa, in Iraq, le cose sono andate in maniera diversa. L’Occidente si è diviso, tra chi ha accettato la versione americana e partecipato alla guerra in Iraq, e chi invece è rimasto sulla propria posizione, difendendo prima di tutto la pace. Nel 2003 però lo schieramento era chiaro: da un lato un dittatore che assicurava stabilità, dall’altro un’invasione armata la cui giustificazione era molto incerta. Oggi le cose sono più complicate, in Ucraina, come in Siria ed in Egitto.

Gli Stati Uniti hanno tentato di esportare la democrazia in Iraq con la forza. L’Europa, anche se divisa, ha cercato una strada diversa, in parte già elaborata ed in parte ancora da definire. La linea morbida: sostenere un lento processo di democratizzazione, avviare una modernizzazione del sistema economico e una graduale introduzione dei diritti umani, negoziare trattati commerciali, di vicinato. Allargarsi verso est. L’Europa ha una conoscenza e un’esperienza acquisita nel fare questo, nell’includere, nel lavorare sul lungo periodo, nel modificare la percezione di sé e nel fornire supporto tecnico ed economico.

Ma quando da questo supporto alla democrazia è scaturito in una ribellione armata, come in Ucraina o in Siria, l’Europa si è tirata indietro, o ha atteso troppo per intervenire. Restando in realtà coerente alle proprie necessità: una politica estera interventista e dura a parole, isolazionista nei fatti. Una sottile linea morbida. 

Immagine, © Ivan Bandura, www.flickr.com.

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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