giovedì , 22 febbraio 2018
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Un Parlamento forte, un’Europa più democratica. On-line il mensile n. 3 di Europae

Tra il 22 e il 25 maggio del prossimo anno, gli oltre 500 milioni di cittadini dell’Unione Europea si recheranno alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento Europeo. Il peso dei numeri, ma soprattutto quello delle contingenze del periodo storico, fanno di questa tornata elettorale un evento storico, un turning point cui l’Europa guarda con sentimenti a metà fra l’ansia e la speranza.

Ansie e timori sono pienamente giustificati dai dati statistici che raccontano, dal 1979 ad oggi, un trend di crescente disaffezione dei cittadini europei verso questo appuntamento con le urne. Per quanto l’allargamento della Comunità, prima, e dell’Unione, poi, renda difficile il paragone lungo i 30 anni di storia delle elezioni europee, la crescita di quasi 30 punti percentuali dell’astensionismo, sino al 57% del 2009, richiama l’attenzione sui vulnus che i deficit istituzionali dell’UE apportano alla legittimità del suo stesso Parlamento.

In primo luogo, la scarsa capacità dell’UE di comunicare all’esterno l’attività parlamentare che, al di là delle competenze legislative affidatele dai Trattati – in particolare dal Tratto di Lisbona, come approfondito negli articoli di questo numero – rimane di gran lunga oscurata dal sensazionalismo dei vertici intergovernativi o dell’azione della Commissione Europea, anche quando i tre livelli istituzionali vengono ad intrecciarsi su temi di assoluta centralità, in particolare sulla funzione di bilancio. Troppe poche parole sono state spese sui media nazionali per la reazione, compatta e trasversale tra i gruppi politici europei, che, come vedremo diffusamente all’interno di questa rivista, il Parlamento ha speso dopo l’accordo raggiunto dal Consiglio Europeo di febbraio sulla bozza di regolamento per il nuovo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione. Troppo poco si è detto della strenua difesa che i parlamentari europei hanno cercato di opporre alla riduzione del budget comunitario e, dunque, alla credibilità dell’UE di far fronte alle sfide economiche del  prossimo settennato.

Sarebbe tuttavia scorretto ricondurre al deficit comunicativo dell’UE le colpe principali della scarsa affezione che i cittadini europei hanno sinora mostrato verso l’elezione dei propri rappresentanti al Parlamento Europeo. La disaffezione si radica infatti nella persistente assenza di veri partiti politici europei, che sappiano mobilitare un elettorato sensibile a tematiche trasversali dentro e fuori i confini dell’Unione. Le grandi famiglie politiche europee, presenti all’interno del Parlamento nei gruppi parlamentari che saranno presentati nelle pagine di questo numero, hanno sinora fallito in questo tentativo, riducendosi a vuote federazioni di partiti nazionali e consegnando le sorti dell’Europa alle classi politiche nazionali e alle loro visioni elettorali.

Oltre a trasformare l’appuntamento delle elezioni europee in una sorta di test di metà mandato per i governi nazionali degli Stati membri, questa tendenza ha privato l’UE di una visione di lungo periodo creata dall’interazione tra cittadini e politica sulla base di piattaforme programmatiche sinceramente ispirate a tematiche europee. Il destino delle elezioni europee è finito per essere dettato dall’immagine dell’Europa che la politica nazionale ha saputo (o voluto) creare, perlopiù dispregiativa e funzionale a favorire il consenso interno.

È in questo atteggiamento miope, o lucidamente cinico, che il germe dell’euroscetticismo ha trovato terreno fertile, ideale per il proliferare di populisti e demagoghi improvvisati che, nella rinuncia al progetto europeo, trovano una sin troppo facile soluzione agli errori, evidenti e innegabili, di cui questo è costellato.  La diffusione di movimenti e partiti euroscettici nel Sud come nel Nord dell’Europa, a destra come a sinistra dello schieramento politico, è, come avremo modo di vedere in dettaglio, una minaccia importante alla capacità del Parlamento di funzionare anche dopo le prossime elezioni europee. Nel pieno di una crisi economica e sociale senza precedenti per l’Europa unita, l’appuntamento elettorale del maggio 2014 assume dunque sempre più le forme di un referendum, un autentico “crocevia” per l’Unione Europea.

Dalle mani degli elettori che si recheranno alle urne passa il futuro dell’Europa: con un esito positivo in termini di affluenza, i cittadini europei assegneranno al Parlamento Europeo un mandato ben più alto e oneroso della semplice attività legislativa, affidandogli il compito di ricostruire niente di meno che la legittimità delle istituzioni europee. Un esito negativo sarebbe invece la fine di ogni tentativo di rifondare un impianto istituzionale debilitato dal deficit democratico e dalla lontananza dai suoi cittadini.

Alle classi politiche, così come agli elettorati nazionali, è richiesto uno sforzo supplementare, per spiegare e capire la centralità di un Parlamento Europeo pienamente legittimato. Un’assemblea forte della massima legittimazione popolare – il suffragio universale diretto – è infatti la migliore garanzia per un’Europa costruita dal basso, che faccia promanare la sua azione da un confronto aperto sulle priorità economiche e sociali e sulle ricette per una crescita economica il più possibile inclusiva. Un antidoto nei confronti di quei populismi che, agitando lo spettro del grigiore burocratico (qualora non del complotto del gota finanziario), propugnano la distruzione del processo d’integrazione come soluzione per un’Europa più giusta e eguale.

L’assenza di legittimità democratica è il peccato di cui si è macchiata l’UE nell’imporre sacrifici economici ai propri cittadini. Se, come pare evidente, è di un’Europa più unita che gli stessi cittadini hanno bisogno per non divenire prede isolate della globalizzazione, tocca agli elettori compiere una scelta che è a suo modo un atto di coraggio: una preferenza per fare del Parlamento Europeo un attore credibile, il grimaldello per scardinare lo stallo dei compromessi intergovernativi, la “camera bassa” su cui costruire un’Europa democratica. Il fondamento di una vera Europa politica.

 

On-line il numero 3 di Europae, dal titolo “La camera bassa. Il Parlamento Europeo da Lisbona al 2014“.

Europae Rivista di Affari Europei_n.3_Giugno 2013_La camera bassa

In questo numero:

  • Un Parlamento forte, un’Europa più democratica, di Antonio Scarazzini
  • Il Trattato di Lisbona e la nuova centralità del Parlamento Europeo, di  Tullia Penna
  • Verso le elezioni del 2014: Parlamento e Unione Europea al crocevia, di Shannon Little
  • Il Parlamento Europeo e la battaglia sul Quadro Finanziario Pluriennale, di Davide D’Urso
  • I gruppi politici nel Parlamento Europeo: una vera rappresentanza europea?di Luca Barana
  • Uno spettro si aggira per l’Europa.  L’euroscetticismo  dentro e fuori il PE, di Mauro Loi
  • Martin Schulz: il Presidente “scomodo” che ha cambiato il Parlamento Europeo, di Valentina Ferrara

 

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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