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Xenofobia economica e privatizzazioni in Italia

Le affermazioni del Ministro dell’Economia italiano Fabrizio Saccomanni riguardo a una possibile privatizzazione dei beni immobili dello Stato e una possibile cessione di partecipazioni per ridurre l’ingente debito pubblico hanno provocato in alcuni la classica reazione che può definirsi nazionalista ed “economicamente” xenofoba. Ci si immagina schiere di uomini incravattati e agguerriti pronti ad invadere il nostro Paese con valigette piene di soldi per accaparrarsi a prezzi di favore le aziende statali. Il linguaggio usato in fondo è sempre lo stesso e mira a terrorizzare la popolazione facendole immaginare chissà quali catastrofici esiti dalla vendita di asset statali. Raffaele Bonanni, leader della CISL, parla addirittura di appetiti famelici e speculativi degli investitori stranieri. Ci manca solo il riferimento costante ai “gioielli di famiglia” e poi il cerchio delle banalità è chiuso.

Il problema è che durante la crisi europea del debito sovrano che ha investito anche l’Italia, gli sforzi di risanamento del bilancio pubblico sono stati scaricati solamente su determinate categorie già messe a dura prova dalla crisi. In questo modo, alzando le imposte e tagliando gli investimenti, siamo usciti dalla procedura di deficit eccessivo della Commissione Europea, ma nello stesso tempo abbiamo ipotecato qualsiasi prospettiva futura di crescita. La gran parte delle sacche improduttive che albergano nelle partecipate dello Stato sono rimaste al loro posto. L’obiettivo è sempre quello di lasciare le cose immutabili per non rompere gli equilibri acquisiti da decenni. Come per il caso Alitalia, si alita sullo spirito nazionalista per continuare a difendere strenuamente l’ormai inutile etichetta “italiana” delle aziende nazionali. E sia chiaro che non ci si riferisce solamente ad Enel, Eni e Finmeccanica, che tra tutte le aziende semi-pubbliche hanno forti vincoli di mercato e spinte verso l’efficienza interna. I problemi sono ben altri.

Che male ci sarebbe quindi se una società tedesca acquisisse le tratte meridionali delle Ferrovie dello Stato migliorando nettamente il servizio e riducendo i costi? E se una finanziaria francese comprasse le Poste Italiane? E se gli svedesi spendessero qualche miliardo per acquistare la RAI? Viene da pensare che, in realtà, l’unica paura di certi personaggi sia quella di difendere l’italianità di certe imprese perchè il loro incubo sia quello di perderne il controllo. La xenofobia economica sarà meno grave moralmente della sua sorella “sociale”, tuttavia sta provocando danni immensi al nostro Paese. Gli investimenti stranieri andrebbero convogliati e incentivati il più possibile per dare una spinta alla nostra economia ormai ingolfata. E se qualche investitore proveniente da altri Paesi è disposto a spendere per acquistare asset statali aiutandoci a ridurre il debito pubblico, è quantomai controproducente lanciare campagne mediatiche per insabbiare le timide aperture alle operazioni di privatizzazione.

Nello stesso periodo in cui il debito pubblico italiano raggiunge i 2075 miliardi di euro e gli impulsi conservativi travolgono come al solito le istanze riformatrici, il Regno Unito si avvia a risanare il bilancio pubblico privatizzando la Royal Mail. L’operazione permetterà allo Stato non solo di incassare ben 3 miliardi di sterline (3,5 miliardi di euro), ma nello stesso tempo di scomputare del debito pubblico il debito delle Poste. I 150.000 dipendenti riceveranno il 10% delle azioni della società acquisendo i diritti di partecipare alle assemblee degli azionisti ed essere eletti nel C.d.A. Ovviamente è innegabile che i nuovi proprietari privati potrebbero portare avanti dei licenziamenti per migliorare l’efficienza della struttura e a pagarne saranno i singoli lavoratori lasciati a casa. C’è sempre un costo sociale in ogni operazione e va sempre analizzato il trade-off tra benefici e costi. Tuttavia, in questo caso il Regno Unito avendo a disposizione i proventi della vendita, non avrebbe problemi a permettersi ammortizzatori sociali e spese di formazione e re-impiego. Queste spese sarebbero tuttavia enormemente inferiori ai 3 miliardi di sterline che passeranno nelle casse della collettività, beneficiando l’intera popolazione. Potrebbe essere un valido esempio per l’Italia che per recuperare i miliardi ha sempre scaricato i costi sulla collettività di lavoratori e imprese, inasprendo la tassazione.

Non è detto poi che l’Italia debba liquidare il 100% delle quote di tutte le aziende pubbliche. Un altro Stato dell’Unione Europea come la Germania a metà degli anni ’90 privatizzò il 75% di Deutsche Post, senza il rischio di venire azzannato da famelici investitori stranieri. Anzi, con la nuova efficienza conquistata, Deutsche Post arrivò addirittura ad acquisire la maggioranza della società di corrieri DHL, avviando nuove economie di scala e di scopo. Di conseguenza, occorre smetterla di essere ossessionati o spaventati da finti spietati investitori stranieri per evitare di fare passi in avanti. Occorre prendere ad esempio il resto dell’Unione Europea e non dare sempre per scontato che tutti i costi sociali debbano essere pagati dalla collettività e scaricati sul lato produttivo del nostro Paese.

In foto: il Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (Foto: Presidenza della Repubblica)

 

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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14 comments

  1. Francis Miller

    parlare di Poste Italiane come asset strategico e’ ridicolo

  2. Matteo Pirazzoli

    Quando si fanno ragionamenti economici, bisognerebbe portare degli esempi storici e sfido nel trovarne uno che confermi il fatto che uno Stato, vendendo asset nazionali, sia riuscito ad uscire dalla crisi o ad abbassare il debito pubblico (che, come ci insegna Domar, dipende dalla crescita e non è un caso che le misure di austerità abbiano visto solamente aumentare il debito). Non è vero che svendere il patrimonio nazionale in nome degli investimenti esteri faccia bene e su questo, invece, di esempoi anche recenti se ne possono trovare parecchi (Irlanda, Argentina ecc…ecc…): non si tiene mai conto, infatti, che i profitti degli investimenti esteri se ne tornano all’estero creando un passivo nella bilancia dei pagamenti che, specie in periodo di crisi e di euro forte, non si può controbilanciare con le esportazioni, aumentando il debito estero (che è il più pericoloso). L’Irlanda a questo proposito è stato un esempio esemplare, ma anche la Grecia che ha venduto un sacco di roba ai tedeschi. Senza poi contare che gli investitori esteri a casa mia non sono sempre così produttivi, basta pensare alle acciaierie di Terni. Qui si deve investire, anche e soprattutto con l’intervento dello stato, alzare i salari e sganciarsi dall’imperialismo tedesco (perchè di questo si tratta e sarebbe ora di ritirare fuori “vecchie” categorie economiche che spiegano molto di più del mondo contemporaneo di quelle “nuove”), altro che: il rischio è ritrovarci senza strumenti per crescere ed essere una zona a bassi salari sfruttabile dai paesi più forti, e basta.

  3. Sono d’accordo… non con l’autore dell’articolo ma con gli autori dei commenti.

  4. vincenzo innocenzo

    la differenza tra avere un asset strategico e non averlo e che quando non ce l’hai, tu stato, hai dei costi maggiori… io prima di svendere finmeccanica o BdP ci andrei veramente con i piedi di piombo.
    ti consiglio di tornare all’attività podistica

    • Caro Vincenzo,

      In che modo le Poste o Finmeccanica sono asset strategici? E in che modo sosterremmo, noi Stato, costi maggiori in caso di privatizzazione?

    • Fabio Cassanelli

      Grazie del consiglio vincenzo,
      però suggerire ad un giornalista di smettere di scrivere è un retaggio di tempi abbastanza oscuri non crede?
      Nessuno ha parlato di svendere! Secondo me non ha letto bene questa parte di articolo:

      “non ci si riferisce solamente ad Enel, Eni e Finmeccanica, che tra tutte le aziende semi-pubbliche hanno forti vincoli di mercato e spinte verso l’efficienza interna. I problemi sono ben altri.”

      Il mio articolo aveva solo il fine di smontare la campagna d’odio verso gli stranieri lanciata da qualche illustre esponente pubblico. E’ così che si attirano gli investimenti esteri?

  5. Salve,
    una domanda Cassanelli: ma ti sei mai domandato come mai prima dell’entrata in vigore dell’euro il debito pubblico non veniva neanche menzionato (ed era già a livelli altissimi) e ora è diventato il nostro problema più grande?? E dovremmo svendere i nostri asset e chissà altro per abbassarlo leggermente?!!!
    Non mi sembra la strada giusta da seguire…

    • Caro Stefano,

      Il debito pubblico non era nominato ma ciò non significa non fosse un problema. Nel ’92, pur senza nominarlo, il governo Amato prelevò forzosamente dai conti correnti privati per rimettere in ordine i conti dell’innominato debito. Oggi abbiamo arricchito il nostro vocabolario con il debito pubblico, lo spread, ecc.. eppure i soldi, per farla facile, continuano a mancare. L’Euro può averci reso più dotti, ma sicuramente non è stato lui ad acuire il nostro debito.

    • Fabio Cassanelli

      Esatto. Anche prima dell’entrata nell’euro l’Italia ha sfiorato la crisi finanziaria e valutaria nella calda estate del 1992. Nessuno ha parlato di svendere. Se ha letto bene il mio articolo ho parlato dell’inaccettabile linguaggio di certi esponenti pubblici che attaccano “lo straniero” invece di affrontare i problemi strutturali.
      Se sei contro le privatizzazioni, prenditela con Saccomanni. L’attacco agli stranieri è solo un modo populista per portarti dietro il consenso della parte di popolazione più nazionalista e xenofoba.

      • Infatti la crisi del 92′ fu causato proprio dallo Sme, una prima prova dell’euro.
        E guarda caso quando la lira si sgancia dallo Sme i tassi d’interesse scesero e la svalutazione non ebbe alcun impatto sull’inflazione, che restò al 5%.
        Proprio quello che dovremmo fare ora.
        Comunque hai ragione, non volevo dire “svendere” e non sono contrario a tutte le privatizzazioni ma sicuramente gli asset principali e strategici per la nazione devono rimanere statali.

  6. Giovanni Moretti

    Cioè, funziona così:
    se un’organizzazione, un’azienda, ma vale solo per quelle pubbliche, non funziona a causa del suo apparato dirigente, la soluzione di Fabio Cassanelli e soprattutto di quelli che gliel’hanno propinata, non è quella di sostituirne la dirigenza ma di svendere l’organizzazione all’estero nell’ipotesi parecchio pinocchia che i nuovi proprietari ne abbiano maggior cura e che nessuno intuisca che si tratti di una soluzione xenofoba proprio mentre dà dello xenofobo a chi vi si oppone.

    • Caro Giovanni,

      Purtroppo non è solamente la dirigenza che non funziona nel settore pubblico, ma il moral hazard, orizzonte breve, fine politico, inefficienza economica, mancanza d’investimenti in qualità, lo chiami come vuole. Tutte queste parole per descrivere lo stesso concetto: il pubblico inserito in un contesto che non sia di monopolio naturale non funziona. Secondo lei le ferrovie non investono in miglioramenti del servizio perché la dirigenza è incapace o perché, proprio perché settore pubblico, non hanno nessun incentivo a farlo? Ognuno bada al proprio interesse, anche il dirigente più illuminato.

      • Giovanni Moretti

        Buongiorno, Riccardo.
        In che modo, una dirigenza o anche solo una vision di tipo francese, tedesca, russa o cinese, può teoreticamente risolvere il problema che lei evidenzia se non su basi fondamentalmente xenofobe? Come dicevo a Fabio Cassanelli sulla pagina FB, eviterei di sostenere che non sia la soluzione quella xenofoba, ed anche ritenere che i proventi di una specie di monte dei pegni e di pietà pubblici sommati a quelli di maggiori entrate fiscali non siano perlomeno insignificanti di fronte alla corruzione delocalizzata che produce mostruosità, ma è solo un piccolo esempio, come quella che entrerà in vigore nel 2015: il trattato internazionale europeo denominato Fiscal Compact. Questo, prevede che dal 2015 al 2035 (vent’anni) l’Italia dovrà tagliare la spesa pubblica di 45 miliardi di euro ogni anno, nell’ipotesi (?!) che questo possa portare il rapporto debito/pil alla soglia del 60%. Ora, a prescindere da chi o cosa abbia causato questo incubo, non trovate che la privatizzazione di patrimoni, aziende ed organizzazioni pubbliche insieme alla lotta all’evasione possa essere, da una parte, perlomeno inefficace ed ovviamente né la causa né la soluzione, e dall’altra, lo stratagemma che se fossi xenofobo utilizzerei nella convinzione che il cittadino medio non possa percepire che il governo sostiene di aver difficoltà a racimolare perfino quei due spicci utili a mantenere promesse elettorali dalle intese larghe mentre ignora quel trattato internazionale genocida ed anticostituzionale, ma solo confidando che l’ignori anche il cittadino medio?
        Se è vero, com’è vero, che non è solo un problema di management ma di un diffuso moral hazard che si estende in campo macroeconomico, transnazionale e politico in modo ben più che evidente, come può una soluzione inefficace localmente ma parecchio efficiente ai fini dell’azzardo morale di cui sopra, risolvere il problema e non invece evidenziarlo ancor di più?

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