martedì , 21 agosto 2018
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Photo © Intasko, 2009, www.flickr.com

Ai confini dell’UE: l’Algeria, tra Stato e Islam

In Algeria, come in altri Paesi di tradizione musulmana, il richiamo dei muezzin scandisce i momenti della giornata e rammenta che Allah è presente nello scorrere della quotidianità. La scorsa estate il Ministero degli Affari Religiosi, per ovviare ai muezzin stonati, ha predisposto dei corsi di canto per gli incaricati al richiamo della preghiera. Lo Stato è incaricato di vegliare anche sulla dimensione religiosa dei suoi cittadini. La Carta Costituzionale, all’art.2, definisce l’Islam “religione di Stato”, e in quanto principio fondamentale è al riparo da qualsiasi successiva modifica, come espressamente dichiarato all’art. 178 del medesimo testo.

La ragione per cui l’Islam è divenuto pilastro fondante dell’identità dello Stato algerino, è da cercarsi nel processo di formazione dello stesso. Il processo di decolonizzazione ha contribuito a rendere la religione musulmana un elemento distintivo della nazione algerina, la quale si è raccolta attorno ad elementi opposti a quelli che caratterizzavano l’identità della potenza coloniale, la laica Francia. L’elemento religioso si è rafforzato negli anni e come si evince da preambolo della Costituzione è “[…] punto di approdo di una lunga resistenza alle aggressioni condotte contro la sua cultura, i suoi valori e le componenti fondamentali della sua identità che sono l’Islam, l’Arabité et l’Amizighité”.

La Costituzione tutela anche le libertà fondamentali e i diritti di ogni cittadino, ivi comprese le libertà di opinione e di coscienza. Il rispetto della libertà di culto è invece esplicitamente garantito in un’ordinanza emessa solo nel 2006, volta alla disciplina dell’esercizio dei culti differenti da quello musulmano. Se da un lato questo apre a teorici spazi di libertà, dall’altro esistono importanti limitazioni sul piano pratico. Stabilisce infatti che i luoghi di culto e le associazioni religiose debbano essere preventivamente riconosciute da una commissione nazionale, coloro che bevono e mangiano in pubblico durante il periodo di Ramadan rischiano l’incarcerazione, ma soprattutto si vieta severamente ogni azione di proselitismo, che possa incitare o costringere un musulmano alla conversione.

Da questo aspetto si può dedurre il livello di compenetrazione tra Stato e religione. Quest’ultima diventa un aspetto pubblico e i tentativi rivolti ad intaccare l’omogeneità religiosa vengono interpretati come una sfida e un danno alla struttura statale o di chi ne detiene il potere di governo. Le conversioni evangeliste nella zona della Cabilia, per esempio, sono state interpretate come una tendenza autonomista, fino a portare alcuni ad accusare gli Stati Uniti di agire secondo una strategia neo-coloniale attraverso le comunità evangeliste.

Un tale approccio attiene sia alla relazione tra Islam e le altre religioni, sia a quella tra le diverse correnti dell’Islam. Lo Stato, infatti, si riserva la facoltà di decidere se la predica di un imam è pericolosa per la sicurezza pubblica. Il governo veglia attentamente sui movimenti islamisti dopo la lunga guerra civile degli anni ’90. Nel gennaio del 1992 un gruppo di generali operò un colpo di Stato, impedendo al partito islamista, FSI, di ottenere il 40% dei seggi parlamentari. Questo aveva appena ottenuto lo status legale di partito, nonostante sostenesse l’introduzione della shari’a e di un Islam molto più conservativo.

Un episodio emblematico per comprendere una delle principali questioni che riguardano lo Stato confessionale e più in generale il funzionamento dello Stato democratico. In uno Stato ove la religione ufficiale è l’Islam moderato, le correnti islamiste sono anche forze di opposizione al governo centrale. Ci si chiede se il governo debba accettare nello spettro politico movimenti islamisti, in quanto una loro esclusione li condurrebbe probabilmente alla violenza o ad atti di terrorismo. Ampliando il ragionamento, ci si chiede se il processo democratico possa accogliere in sé dei movimenti che, seppur rappresentativi di una parte della popolazione, propongano uno stravolgimento delle basi su cui si reggono lo Stato e la stessa democrazia.

Ad oggi, il modo migliore per gestire queste forze non sembra essere né lo stato di emergenza, né lo scontro armato né il sistema di regime, resta quindi lo sforzo lento e costante verso la creazione di quel minimo comune denominatore ideologico e culturale, imprescindibile per lo svolgimento pacifico del dialogo democratico.

L' Autore - Giulia Riedo

Laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche (SID) a Gorizia. Profondamente affezionata al progetto dell'Unione Europea ed al continente africano, ove ha passato parte della sua infanzia. Da ottobre 2013 a marzo 2014 stagista presso il SEAE, si è occupata del progetto di accorpamento delle sedi diplomatiche e di Africa dell’Ovest. In precedenza ha svolto diversi periodi di stage: a New York presso la Missione Permanente dell’Italia all’ONU, assegnata alla sezione crisi politiche di Africa ed Europa, presso l’ambasciata di Francia a Roma e presso lo United Nations Staff College di Torino.

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