venerdì , 18 agosto 2017
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Armi chimiche: la Siria e un capitolo non chiuso

Tra le mille sfaccettature e problematiche connesse alla situazione siriana, ce n’è una che ha suscitato particolare scandalo e domande nell’opinione pubblica: quella delle armi chimiche. Queste armi, considerate dai più una reliquia della Prima Guerra Mondiale e una minaccia marginale (non a caso sono state denominate “l’atomica dei poveri”), si sono dimostrate in grado di creare panico e indignazione nella comunità internazionale.

Ma che cos’è un’arma chimica?

La definizione più diffusa di arma chimica è contenuta nel principale strumento di diritto internazionale in materia, la Convenzione sulla proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, conclusa a Parigi nel 1993 e più comunemente conosciuta come Convenzione sulle armi chimiche. Secondo la Convenzione, un’arma chimica ha l’effetto di causare morte o incapacità permanente o temporanea a persone o animali agendo sui processi vitali.

Nella definizione non ricadono solo composti chimici, ma anche munizioni, dispositivi e equipaggiamento usati per causare morte o danni attraverso le proprietà tossiche di un agente chimico. Insieme alle armi biologiche, radiologiche e nucleari, le armi chimiche fanno parte delle armi di distruzione di massa o armi non convenzionali.

Le armi chimiche nella storia

Le armi chimiche non sono un’invenzione recente come quelle nucleari: si possono trovare tracce del loro utilizzo, per quanto sporadico, già nella storia antica cinese, indiana, greca e romana. Impiegate anche durante il Medioevo, divennero una minaccia più reale alla fine dell’‘800 con la rivoluzione industriale, che permise la produzione su larga scala di agenti chimici. Fu proprio in questo periodo che alcuni governi, rendendosi conto del potenziale bellico di queste sostanze, ma anche delle ricadute dal punto di vista etico e umanitario, cercarono di mettere le mani avanti e prevenire la diffusione delle armi chimiche.

Nel 1899 venne stipulata la Prima Convenzione dell’Aia, che conteneva tra l’altro una (alquanto ambigua) proibizione dei proiettili il cui solo scopo fosse la diffusione di gas asfissianti o deleteri. Tale proibizione si rivelò vana, e nella Prima Guerra Mondiale le armi chimiche furono usate in modo massiccio da buona parte dei belligeranti – anche se con conseguenze relativamente limitate sull’andamento del conflitto.

Dopo la Prima Guerra Mondiale

Tuttavia, l’indignazione suscitata nell’opinione pubblica fu così forte da portare, nel 1925, alla firma del Protocollo di Ginevra, che vietò l’uso in guerra di armi chimiche (e per la prima volta anche di quelle biologiche). Il Protocollo di Ginevra, ancora oggi uno strumento fondamentale in materia di controllo degli armamenti, non include però nessun divieto per quanto riguarda sviluppo, produzione, acquisizione o immagazzinaggio di armi chimiche, né ne proibisce l’impiego in situazioni interne. Per questo motivo, la ricerca, la fabbricazione e anche l’impiego di agenti chimici per scopi bellici continuò negli anni a venire.

Per citare alcuni esempi, l’Italia bombardò l’Etiopia con iprite, fosgene e arsine nel 1935-36; la Gran Bretagna impiegò erbicidi e defolianti contro gli insorti della Malesia britannica negli anni ’50, esempio che fu seguito dagli Stati Uniti in Vietnam tra 1961 e 1972. Nello stesso periodo si ritiene che l’Egitto abbia usato agenti chimici in Yemen, mentre l’Iraq vi fece ricorso nella guerra contro l’Iran tra 1980-88 e contro la propria popolazione civile, nel massacro di Halabjah dell’’88.

Oggi il principale strumento di diritto internazionale è la Convenzione sulle armi chimiche. Essa proibisce non solo l’uso, ma anche lo sviluppo, la produzione, il trasferimento e la detenzione di armi chimiche. Elemento ancora più innovativo è l’obbligo di disarmo, ovvero di distruggere totalmente gli arsenali esistenti, con l’imposizione di scadenze predefinite.

Con l’istituzione dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, che oggi conta 192 Stati membri ed è incaricata di verificare il rispetto della Convenzione, oltre il 90% degli arsenali chimici dichiarati sono stati distrutti. Ma come dimostrano gli eventi in Siria, dove ad essere accusati di aver impiegato armi chimiche sono non solo il governo, ma anche attori non statuali come l’ISIS, questo capitolo tossico non si può ancora considerare chiuso.

L' Autore - Anna Baretta

Laureata in Scienze Strategiche e Politico-Organizzative, sono interessata all'ambito della difesa e sicurezza - in particolare alla gestione del rischio CBRN.

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