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Accordo UE-Cina sugli investimenti: proiezioni, aspettative, ostacoli

Dopo il Summit a Pechino del 21 novembre scorso e come enunciato nell’Agenda Strategica di Cooperazione 2020, Unione Europea e Cina hanno formalmente aperto i negoziati volti alla stipulazione di un accordo per la promozione e la protezione degli investimenti.

L’accordo bilaterale sugli investimenti tra UE e Cina favorirebbe da un lato un più ampio accesso al mercato, dall’altro una maggiore protezione degli investimenti di ambo le parti. Inoltre, fornirebbe un quadro giuridico semplificato, sostituendosi a ciascuno dei 26 accordi ratificati in passato dai singoli Stati europei e la Cina, contribuendo complessivamente all’armonizzazione del diritto vigente in materia. Si tratterebbe, inoltre, del primo accordo sugli investimenti europeo ad essere negoziato dopo le novità introdotte dal Trattato di Lisbona. La politica commerciale comune è stata infatti inserita tra le competenze esclusive dell’Unione e rientra nella sua azione esterna. In altre parole, non spetta più ai singoli Stati membri firmare e ratificare accordi commerciali (tra cui rientrano quelli sugli investimenti diretti esteri) ma esclusivamente all’Unione.

Il premier cinese Li Keqiang e il presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso sono concordi: il potenziale accordo incrementerebbe il volume degli scambi commerciali tra le parti e contribuirebbe positivamente al miglioramento delle relazioni economiche tra i due colossi. Nonostante la Cina sia il secondo partner commerciale europeo, il suo ruolo privilegiato nel commercio non corrisponde a quello ricoperto in materia di investimenti. Gli investimenti diretti esteri (IDE) europei in Cina ammontano solamente al 2% sul totale, e gli IDE cinesi in Europa solo all’1,5%. Un accordo sugli investimenti rappresenterebbe dunque una svolta significativa, nell’intento di aprire un nuovo capitolo nella cooperazione economica e commerciale sino-europea.

La difficoltà del negoziato giace nelle aspettative reciproche, che per l’UE si traducono in accesso al mercato cinese e per la Cina in tutela e promozione dei propri investimenti nell’Unione. Bruxelles eserciterà in primis un’enorme pressione in merito alla privatizzazione delle imprese statali cinesi (i grandi colossi delle telecomunicazioni, dei trasporti e del sistema bancario), nell’ottica dell’eliminazione di tutte le barriere formali e informali agli investimenti (i cd. “pre-establishment requirements”). Inoltre, il negoziato europeo sarà incentrato sulle questioni delicate quali protezione dei diritti umani, trasparenza, tutela dell’ambiente e sviluppo sostenibile. La politica commerciale comune dell’Unione rientra infatti nella sua azione esterna, che si fonda sui pilastri europei di democrazia, stato di diritto, universalità e inviolabilità dei diritti umani. L’UE chiederà dunque a buon titolo alla Cina di incrementare la trasparenza del proprio sistema giudiziario e legislativo, di rafforzarne le norme sulla tutela della proprietà intellettuale, di garantire maggior accesso al mercato per promuoverne la completa liberalizzazione di lungo periodo.

Nell’ottica di una soluzione win-win, Pechino punta sulla promozione e protezione dei propri investimenti in Europa. L’UE non è infatti il bacino ideale per gli investitori esteri, soprattutto in termini di regolamentazione. Secondo un sondaggio della European Union Chamber of Commerce in China (EUCCC), il 78% delle imprese cinesi intervistate hanno incontrato difficoltà nelle loro operazioni di business in Europa, denunciando come principali ostacoli l’ottenimento del visto e del permesso di lavoro per i dipendenti cinesi, la riscossione delle imposte indirette e la tanto denigrata burocrazia (“red tape”). Inoltre, settori quali energia, infrastrutture, terzo settore e telecomunicazioni, presentano numerose restrizioni in termini di accesso degli investitori stranieri.

Nonostante gli ostacoli enucleati, sia per l’UE sia per la Cina la posta in gioco è molto alta. Per l’Unione europea si tratterebbe dell’accesso ad un’enorme fetta di mercato, per la Cina, di diventare uno dei principali investitori in Europa. Inoltre, la pressione europea sulle riforme in tema di diritti umani e ambiente, velocizzerebbe positivamente l’implementazione dell’agenda di riforme in Cina. Il quadro giuridico di riferimento – un accordo bilaterale internazionale – ne garantirebbe infine il reciproco controllo, nel suo principio base de “pacta sunt servanda” (i patti vanno rispettati).

In foto, la (quasi) stretta di mano fra Gao Hucheng, ministro cinese per il commercio, e Karel De Gucht, commissario europeo per il commercio. (© European Commission – 2013)

L' Autore - Silvia Cardascia

Laureata magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma, con specializzazione in Diritto Internazionale dell’Economia e dell’Ambiente. Dalla mia tesi di ricerca sul trattamento degli investimenti diretti esteri in Turchia e le mie successive esperienze sia nel settore del commercio estero che nel non profit nasce il mio interesse per la regolamentazione internazionale in materia di commercio, IDE e azione esterna dell'UE. Scrivo per il blog www.failcaffe.it e sono un’appassionata di geopolitica e Medio Oriente.

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