martedì , 14 agosto 2018
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Commercio con la Cina: l’UE cerca il cambio di passo

Martedì 17 settembre 2013 il Commissario Europeo per il Commercio Karel de Gucht ha accolto a Bruxelles i rappresentanti delle camere di commercio dell’Unione Europea in Cina. Un incontro, come ha sottolineato lo stesso Commissario, che diventa ogni anno sempre più importante dal momento che i rapporti ed i flussi commerciali tra Cina ed Ue crescono esponenzialmente. E poichè negli ultimi vent’anni la quota dell’export che concorre alla formazione del PIL globale è passata dal 15% al 26%, è assolutamente necessario sviluppare ed implementare lo sviluppo del commercio internazionale ed evitare dannose retromarce protezionistiche.

L’incontro è servito per un proficuo scambio di idee e proposte nate in seno alla Commissione Europea ma soprattutto presentate dalla rappresentanza delle camere di commercio. L’Unione Europea da parte sua è consapevole di dover perseguire due strade maestre.

Da una parte occorre cercare di assicurare maggiore stabilità nel quadro di condizioni macroeconomiche per consentire alle imprese di pianificare in modo più efficiente ed efficace. Dall’altra parte occorre che il sistema creditizio riesca a finanziare le imprese con forte vocazione all’internazionalizzazione ed all’export. Secondo De Gucht in alcune zone della UE ciò non avviene ed alcune imprese di potenziale successo non riescono ad accedere in modo adeguato al credito. Mentre i dati sull’export bilaterale sono da anni in crescita ed in un certo senso consolidati nel novero delle relazioni tra Ue e Cina, si deve ancora lavorare molto sul capitolo degli investimenti diretti. Sul totale degli investimenti europei all’estero, quelli diretti in Cina rappresentano solamente il 2% e complessivamente il 4% considerando anche Hong Kong. Ancora più sconsolante il quadro della situazione dal punto di vista degli investimenti in Europa da parte della Cina. Se il Paese asiatico riserva agli Stati Uniti ben il 20% del totale degli investimenti, la quota diretta verso l’Europa è incredibilmente inferiore all’1% del totale.

Decenni di diffidenze reciproche e passati ad innalzare barriere sicuramente non hanno aiutato. Ma ora, in un contesto di ripresa ancora precaria, l’Europa ha più che mai bisogno di attirare investimenti esteri che possano far ripartire crescita ed occupazione. Anche la Cina ha più che mai bisogno di un’Europa più conciliante ed aperta, per trasformarla in un nuovo paniere in cui riporre le proprie uova. È dalla crisi finanziaria del 2008 che la Cina si è resa conto di essere troppo sbilanciata e dipendente verso il gigante americano. Occorre diversificare gli investimenti e crescere in un continente che per adesso ha solamente conosciuto la famigerata ondata di prodotti “made in China”. È giunta l’ora per l’Europa di conoscere una nuova classe imprenditoriale cinese, pronta ad investire nel territorio, creare occupazione e sviluppo.

Dopo gli screzi estivi cominciati con i dazi sui pannelli solari cinesi, risolti fortunatamente senza danni o pesanti ritorsioni, Europa e Cina sono pronte a voltare pagina.Tuttavia rimangono soprattutto per l’Europa numerose questione aperte ancora da risolvere. I temi chiave sono stati illustrati all’interno del position paper redatto dai rappresentanti delle camere di commercio europee.

Al primo punto ritengono fondamentale un cambio di rotta da parte del governo cinese. Da un lato deve rafforzare le sue prerogative di regolatore esterno, autorevole ed indipendente mentre dall’altra dovrebbe ridimensionare le sue velleità imprenditoriali. Occorrono meno imprese controllate dallo Stato che facciano concorrenza ai privati e se lo Stato decide di scendere in campo, non deve operare regolamentazioni a suo esclusivo vantaggio.

Un’altro importante capitolo è quello dei brevetti e della proprietà intellettuale, non abbastanza protetti dalle leggi cinesi. Molte imprese europee (il 69% secondo l’ultimo sondaggio delle camere di commercio), decidono di depennare la Cina dal novero di location di investimento proprio a causa del timore di scippi di tecnologia. Ultimo ma non meno importante è il capitolo dedicato all’abbattimento delle barriere all’ingresso di nuovi competitor nel mercato cinese per salvaguardare i concorrenti nazionali. A volte poi i concorrenti nazionali vengono aiutati da leggi ad hoc che generano fastidiosi fenomeni di dumping. Ad esempio la Cina elargisce sussidi solamente ai costruttori di auto elettriche di brand cinese e non anche alle imprese estere decise ad aprire nuovi impianti del Paese. Questa misura non solo crea enormi distorsioni sul mercato, facendo in modo che le auto cinesi costino meno, ma disincentiva ogni tipo di investimento estero nel Paese.

Insomma, il lavoro per la Cina è arduo ma il nuovo premier Li Keqiang pare intenzionato a compiere una netta svolta rispetto al passato. Le aziende europee dovranno sentirsi a casa in Cina, senza temere di essere spiate o ostacolate dallo Stato. Il 18 ottobre 2013 la Commissione Europea dovrebbe così ottenere il mandato dal Consiglio Europeo per portare avanti ambiziosi negoziati che rimuovano gli ostacoli e diano l’avvio ad un piano in grado di rilanciare gli investimenti ed il commercio bilaterale. La missione è ardua ma non impossibile.

Per un approfondimento sui rapporti economici e politici fra UE e Cina è ancora disponibile online il secondo numero del mensile di Europae “Ulisse e Zheng He: Unione Europea e Cina sulla rotta per il mondo nuovo

In foto, l’incontro fra il commissario De Gucht e i rappresentati delle camere di commercio in Cina, affiancato dal direttore della camera di commercio Ue-Cina Davide Cucino (a sinistra) e dal direttore del Chief Executive of the China-Britain Business Council (© European Union – 2013)

L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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