lunedì , 19 febbraio 2018
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Dazi sui pannelli solari cinesi: la Commissione fa (quasi) marcia indietro

L’hanno chiamata una “soluzione amichevole”, quasi a sottolinearne l’informalità necessaria per superare le divergenze, ma l’accordo stretto fra il Commissario Europeo al Commercio Karel de Gucht e i rappresentanti di governo e imprese cinesi nello scorso week end potrebbe costituire la pietra fondante per l’effettivo ritorno al dialogo in materia commerciale fra due dei tre principali poli economici mondiali. Cina e Unione Europea stanno infatti scivolando da mesi in una pericolosa escalation di misure volte a proteggere i propri settori economici sensibili. La decisione dello scorso maggio di introdurre dei dazi aggiuntivi sulle importazioni di pannelli solari dalla Cina, che sarebbero venduti al di sotto del prezzo di mercato in Europa (dumping), aveva infatti scatenato la risposta di Pechino, che aveva inaugurato a sua volta un’indagine anti-dumping sulle importazioni di vini europei.

La questione si è fin da subito dimostrata delicata anche per gli equilibri interni all’UE: ad essere colpiti maggiormente dalla decisione di Pechino sono infatti stati in primo luogo Paesi come Francia e Italia, casualmente fra i più accesi promotori delle misure anti-dumping sui pannelli solari. Ma la stessa Germania, pur non essendo direttamente coinvolta, aveva espresso la propria preoccupazione per l’inasprirsi della guerra commerciale con la Cina, fra i principali partner di Berlino. Ecco dunque spiegata l’iniziale moderazione della Commissione, che a fronte della conclamata necessità di imporre un dazio pari al 47%, ha acconsentito a prorogare tale misura di due mesi, durante i quali i dazi applicati sarebbero stati solamente dell’11%. I due mesi pattuiti sarebbero scaduti il 6 agosto e così si è cercato, come spesso accade, un accordo in extremis.

De Gucht sembra aver fatto valere le ragioni europee, raggiungendo un’intesa che dovrebbe evitare l’introduzione di ulteriori ritorsioni sui vini europei e allo stesso tempo proteggere, almeno in parte, la produzione di pannelli solari nel Vecchio Continente. La soluzione è stata individuata in un compromesso sul prezzo (price undertaking), una misura alternativa all’introduzione di dazi punitivi con cui salvaguardare l’industria europea e garantire l’accesso al mercato unico per le imprese cinesi. Queste ultime, secondo le parole del Commissario, si sottoporranno volontariamente a tale compromesso, che prevede un prezzo minimo per le importazioni dalla Cina e dovrebbe così evitare ulteriori effetti distorsivi al ribasso nel mercato europeo. I fornitori cinesi che accederanno a tale schema non verranno gravati dai dazi previsti a giugno.

La soluzione non si applica tuttavia all’intero mercato dei pannelli solari, ma solo a una parte. Qualsiasi importazione di pannelli solari dalla Cina che ecceda tale quota, verrà tassata secondo il dazio del 47% stabilito in precedenza. Come ha spiegato De Gucht, questo dividerà il mercato europeo in due segmenti distinti: nel primo, che sebbene di dimensioni ridotte non potrebbe essere coperto interamente dalla sola produzione europea allo stato attuale dell’industria, le imprese cinesi avranno libero accesso, una volta accettato il prezzo minimo. Nel secondo, più ampio, i fornitori europei dovranno eventualmente competere con quelli esteri, ma le importazioni dal Regno di Mezzo saranno appesantite da un dazio gravoso, che proteggerà il mercato dalla concorrenza sleale che Pechino avrebbe mosso sinora. Inoltre, indipendentemente dai volumi nel mercato europeo, la rimozione del dazio si applicherà solamente alle imprese cinesi che accetteranno il compromesso: queste ammonterebbero a circa il 70% degli esportatori in Europa. Il restante 30% si vedrà applicata automaticamente la tassazione al 47%. In definitiva, l’accordo dovrebbe proteggere i produttori europei o tramite un prezzo minimo per l’import dalla Cina, o attraverso un dazio aggiuntivo: come ha spiegato De Gucht, la fetta di mercato coperta dal compromesso è poi inferiore rispetto alla quota delle importazioni cinesi, l’80% sull’intero mercato europeo. Un’ulteriore salvaguardia, dunque.

La Commissione si riserva comunque alcune condizioni a cui sottoporre la validità del compromesso con le imprese cinesi: queste dovranno ovviamente rispettare il prezzo minimo stabilito e non dovranno più godere di alcun vantaggio dal dumping, mentre la Commissione dovrà poter controllare l’applicazione dell’accordo, anche tenendo conto di esigenze di policy più generali, come la stabilità della fornitura di pannelli solari, ma anche altre politiche comunitarie come quella ambientale, richiamata dallo stesso De Gucht.

L’errore dei dazi, come era stato definito dal governo di Pechino, sembra dunque essere stato superato. La soluzione promossa dal team di negoziatori europei, anche grazie al contributo della Camera di Commercio cinese, sembra poter proteggere l’industria europea dei pannelli solari, senza incorrere nelle nuove ire di Pechino. Il problema potrebbe comunque ripresentarsi, quando le importazioni cinesi dovessero superare con forza la quota entro la quale da oggi avranno (quasi) libero accesso al mercato europeo. Visto il trend ascendente delle esportazioni di pannelli dalla Cina all’Europa, che nel solo 2012 hanno raggiunto un valore pari a 21 miliardi di euro, la soluzione potrebbe non essere così definitiva come appare oggi.

In foto, installazione di pannelli solari a Zwickau, Germania (© André Karwath – Wikimedia Commons)

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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