venerdì , 24 novembre 2017
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Photo © Roy, 2010, www.flickr.com

Giappone e UE, il trattato della speranza (e delle paure)

L’Europa potrebbe non espugnare la Fortezza Giappone grazie alle cannoniere capitanate dal Commodoro Perry, ma mediante un trattato bilaterale di commercio, il cui accordo di massima è stato raggiunto il 5 Luglio 2017.

Il Giappone, però, non è più quella realtà estranea e sconosciuta che si presentava al colonizzatore occidentale nella seconda metà`dell’800. Sono anzi più le similitudini e le paure comuni ad aver favorito un incontro fra Fortezza Europa e Fortezza Giappone e, forse, a prospettare soluzioni.

Giappone, patria di grandi squilibri

Il Giappone, patria di enormi squilibri, è sempre tra i paesi più innovativi in ambito tecnologico, ma soffre di una crescita che dagli anni novanta fatica a decollare. Il debito pubblico più elevato del mondo (234.70% del PIL nel 2016), sebbene detenuto per la maggior parte dagli stessi abitanti, rappresenta infatti, in combinazione con un sistema finanziario ancora paralizzato e con le dinamiche familiari proprie dei Keiretsu, gli agglomerati finanziari e industriali nipponici, una zavorra per le prospettive future dell’Arcipelago. La popolazione in rapido invecchiamento (che fatica quindi ad uscire dal suo isolamento sociale e culturale) ed il calo demografico completano poi un quadro dalla scarsa prospettiva.

Effetti e Prospettive

Problemi non sconosciuti a molte nazioni europee e che rappresentano un punto d’incontro tra le due realtà in vista di una soluzione comune, sebbene la loro complessità richieda delle misure altrettanto complicate. La questione legata alle barriere tariffarie (già basse e inquadrate in ambito WTO), ad esempio, perde importanza rispetto a quella delle barriere non tariffarie. Se infatti le prime porterebbero a un aumento dei commerci del 20%, le seconde porterebbero ad un incremento fino al 50%.

Ed è questo che si disciplinerebbe nel trattato. Diverse sono infatti le materie toccate e molteplici i mercati che ne gioverebbero. La denominazione di origine permetterebbe, infatti, maggiori garanzie e protezioni per il mercato alimentare, che conta l’11.5% dell’export europeo, mentre per quanto riguarda gli standard di sicurezza alimentare entrambe le regioni condividono in linea di massima i medesimi criteri prudenziali. Parallelamente, la liberalizzazione del settore chimico-farmaceutico, circa il 22% dell’export UE verso il Giappone, renderebbe più facile l’accesso per le imprese straniere. D’altro canto il Giappone punterebbe sull’esportazione di prodotti meccanici e elettronici, rappresentanti il 93.5% del suo export verso l’Europa, dato l’indiscusso vantaggio del Sol Levante in tale area.

I servizi: settore strategico

Anche nel valutare gli effetti del trattato, una misurazione puramente statica e di breve periodo non coglierebbe gli effetti di un’integrazione delle economie. Il trattato diventerebbe infatti non più solo uno strumento che facilita lo scambio fra macrosettori, ma un passo verso la creazione di un’arena globale in cui gli attori economici di ogni grandezza competono secondo parametri di efficienza e innovazione.

In questo quadro, un ruolo preponderante sarebbe assunto dal settore terziario, servizi e finanza, e da quello pubblico. Assumerebbero importanza infatti, con un duplice ruolo: non solo come facilitatori delle condizioni di efficienza per gli altri mercati nella formazione di capitale sociale e umano, ma soprattutto come settori strategici nello sviluppo di tali fattori e per l’implementazione del trattato.

Non bisogna comunque cantare vittoria. La strada per l’elaborazione tecnica del trattato è lunga e irta di ostacoli. Trattati analoghi, il TTIP con gli USA, ma anche il Ceta con il Canada, evidenziano come la ratifica da parte dei parlamenti nazionali è solo lo scoglio più visibile. Sotto ad esso si celano gli umori dei gruppi d’interesse, le dinamiche partitiche e l’opinione pubblica in generale. Ciò è tanto più vero nel momento in cui la controparte ha un potere contrattuale analogo.

L’esigenza di negoziare, così come la struttura integrata e complessa delle economie, impone il confronto su più fronti commerciali. Il prodotto finale rischia in questo modo di essere un compromesso negoziale, equilibrio fra reciproche concessioni su aree spesso non confrontabili. Un risultato complesso quindi, fragile a livello economico e facilmente manipolabile a quello politico. Se le cose andassero in questo modo, il fine di bilanciare qualità negli standard economici e sociali, con efficienza e agilità negli scambi economici, si andrebbe a perdere nelle pieghe del trattato.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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