giovedì , 22 febbraio 2018
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Gli Accordi di Partenariato Economico e la politica commerciale dell’Ue in Africa

Articolo tratto dal Mensile n. 1 di Aprile 2013, “L’Unione Europea e la nuova corsa all’Africa” (pp. 24-26)

L’Unione Europea (UE) è il principale attore economico e politico in Africa sub-sahariana. Nel 2007, prima della crisi, il commercio tra i Paesi dell’area dell’Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) e l’UE ammontava a 80 miliardi di euro. Nonostante la penetrazione crescente della Cina e una presenza comunque importante degli Stati Uniti, le statistiche inerenti agli investimenti, al commercio e agli aiuti allo sviluppo non lasciano dubbi su quale sia ancora, al momento, l’attore più importante in questo continente. I legami dell’epoca coloniale compensano infatti lo scarso interesse che, fino ad oggi, l’Africa ha suscitato nel settore privato. Portogallo, Francia, Belgio e Regno Unito hanno governato su territori vastissimi e mantengono una notevole influenza sui Paesi sorti dalle lotte per l’indipendenza del secondo dopoguerra.

L’UE ha infatti da sempre concesso, in un’ottica prettamente unilaterale, privilegi commerciali ai Paesi ACP. Il primo accordo internazionale a riguardo, la Convenzione di Yaoundé, risale al 1963 e istituiva un accesso preferenziale al mercato europeo per alcuni prodotti di Paesi in via di sviluppo, principalmente in Africa, quasi tutti ex-colonie dei succitati Paesi europei. In seguito, l’impianto unilaterale delle concessioni fu mantenuto nelle Convenzioni di Lomé (la prima risale al 1975, poi rinnovata periodicamente fino al 2000), di afflato molto più ampio rispetto agli accordi precedenti, poiché prevedevano liberalizzazioni più estese dei mercati europei e misure di stabilizzazione dei prezzi delle derrate alimentari, il c.d. STABEX, tutelando i principali prodotti di esportazione dei Paesi africani.

L’Accordo di Partnenariato di Cotonou del 2000, attualmente in vigore, segna invece una svolta di grande importanza nelle relazioni con i Paesi ACP, poiché da esso prendono il via i negoziati per gli Accordi di Partenariato Economico (Economic and Partnership Agreements, EPA) che introducono il concetto di reciprocità nelle concessioni preferenziali tra UE e Paesi ACP, ponendo le ex-colonie su un piano di sostanziale parità nei confronti delle antiche potenze coloniali. Questo cambiamento ha suscitato e suscita resistenze molto forti nei Paesi in questione e tra gli operatori della cooperazione allo sviluppo, in particolare le organizzazioni non governative (ONG), per il timore che gli EPA, una volta istituiti, siano fonte di ulteriore dipendenza e fragilità per le economie africane.

Tale svolta è tuttavia difficilmente evitabile, soprattutto per via di questioni legali legate all’appartenenza dell’UE e di molti degli stessi Paesi ACP all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). La struttura multilaterale che regola il commercio globale contiene norme piuttosto stringenti riguardo alla concessione di trattamenti differenziati verso determinati Paesi: essa si basa infatti sul principio della parità di trattamento per tutti i Paesi membri dell’organizzazione. Il sistema di preferenze è stato contestato in sede OMC in seguito all’entrata in vigore degli accordi di Marrakesh del 1994, che hanno fortemente potenziato lo strumento della risoluzione delle dispute. Le proteste sono giunte in particolare da parte di Paesi americani produttori ed esportatori di banane (sudamericani, oltre agli stessi Stati Uniti), che contestavano le condizioni preferenziali assegnate ai loro rivali economici tra i Paesi ACP. All’inizio degli anni 2000, l’UE ha chiesto ed ottenuto un prolungamento dell’attuale regime di preferenze – dichiarato illegale – solo grazie all’impegno sottoscritto nell’Accordo di Cotonou di adeguare le misure tariffarie alla normativa OMC. Questo significa, in primis, la fine dell’unilateralismo e la reciprocità delle concessioni preferenziali fra UE e Paesi ACP.

Si tratta quindi di un cambio di strategia importante per quanto concerne la politica commerciale e di sviluppo dell’UE verso i Paesi in questione, anche alla luce del generale fallimento delle diverse generazioni di accordi precedenti nello stimolare maggiori scambi commerciali (la quota di importazioni dell’UE provenienti dai Paesi ACP è scesa dal 7% al 3% in valore nei decenni in questione), oltre che una crescita economica capace di dare una prospettiva di miglioramento delle condizioni di vita degli abitanti di alcuni dei Paesi più poveri del pianeta.

Due forze, quindi, hanno portato ad una rimodulazione radicale dell’approccio dell’Unione verso i Paesi ACP: da un lato, sentenze giuridiche che richiedevano una risposta decisa per non indebolire la struttura multilaterale degli scambi, già in difficoltà per lo stallo nei negoziati del Doha Round; dall’altro, un forte sviluppo economico a partire proprio dai primi anni 2000 in molti dei Paesi in questione, che sta finalmente cambiando l’approccio del mondo nei confronti dell’Africa, da continente affamato e tormentato dalle guerre civili, a economia emergente dalle ricche opportunità.

L' Autore - Shannon Little

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