mercoledì , 15 agosto 2018
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Il negoziato del secolo: via libera all’accordo commerciale tra Europa e Stati Uniti

Al G8 iniziato ieri in Irlanda del Nord Enrico Letta e il governo italiano vorrebbero che si discutesse soprattutto di crescita e di come uscire dalla crisi, riducendo il tasso di disoccupazione. Quello che Letta sembra ignorare è che una possibile ricetta per tornare a crescere già esiste nelle menti di David Cameron e di Barack Obama: è il TTIP, Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo sugli investimenti e sul commercio tra Stati Uniti e Unione Europea di cui si parla molto e da sempre, ma che sembra arrivato a un punto di svolta.

E’ dal 2011 che un gruppo di lavoro studia quali vantaggi potrebbero derivare da una maggior cooperazione economica tra le due sponde dell’Atlantico. I numeri del commercio tra Europa e Stati Uniti rivelano infatti già oggi una relazione commerciale significativa e molto interconnessa. Il commercio americano con l’Europa è di circa 485 miliardi di dollari contro i 390 miliardi con la Cina. A spingere per un accordo sono quindi soprattutto le grandi lobby affaristiche americane, che intravedono la possibilità di incrementare ulteriormente il loro giro d’affari, e alcuni paesi membri UE, in particolare il Regno Unito, che sperano di aumentare in questo modo le esportazioni e di ricevere maggiori investimenti, in sostanza di creare nuovi posti di lavoro.

Dal lato europeo le novità degli ultimi due mesi sono state molto importanti: a maggio il PE ha sostanzialmente approvato il negoziato e venerdì 14 giugno, al termine di un lungo Consiglio degli affari esteri dedicato al tema, il Consiglio ha dato mandato alla Commissione per iniziare in luglio il negoziato con gli americani. La Commissione gode infatti di competenza quasi esclusiva sui rapporti commerciali, ovviamente nei limiti del mandato del Consiglio e con l’approvazione del Parlamento. Su che cosa negozieranno i funzionari europei e americani? Anzitutto, non sui dazi doganali, che sono già particolarmente bassi (3%), ma sulle barriere non tariffarie al commercio: tutti quegli ostacoli e quelle regolamentazioni che rendono difficile lo scambio di prodotti tra due Paesi. Un esempio: per vendere negli Stati Uniti la 500, Fiat ha dovuto sottoporla a test e prove su strada specifici per il mercato americano e diversi da quelli previsti in Europa (modificando infine il paraurti anteriore). Armonizzare gli standard e i requisiti richiesti è però un lavoro pesante, che richiede un alto livello di fiducia reciproca: in Europa ci abbiamo messo più di vent’anni, dopo il Trattato di Roma, per arrivare a qualcosa di simile.

Il negoziato dunque sarà lungo e difficile e le critiche non sono mancate, su entrambe le sponde. In America, l’impegno di Obama per questo accordo è visto con scetticismo e sospetto dai sindacati e dal partito democratico, tradizionalmente più ostile agli accordi di libero scambio. I repubblicani viceversa tendono ad appoggiare ogni iniziativa che favorisca il commercio internazionale: ma potrebbero respingere questa, per il solo motivo che sarebbe firmata da Barack Obama. Dal nostro lato, le cose sono più complesse, come sempre, per la presenza di tutti gli attori che conosciamo: tra gli Stati membri la Francia è quella che ha presentato le maggiori ritrosie, sostenendo che dal negoziato vadano esclusi a priori i prodotti audiovisivi e telematici, così da difendere la diversità culturale e linguistica europea (e francese). Una posizione sostenuta anche dagli italiani, pronti ad accodarsi, e dal Parlamento Europeo, il cui Presidente Schulz si è detto favorevole ad escludere i prodotti culturali dall’accordo. Il mandato dato alla Commissione rispecchia questa volontà francese e fa registrare la prima vittoria per l’industria culturale europea, che non sarà oggetto delle trattative.

Altre occasioni di confronto, anche aspro, non mancheranno. Tra le mille dispute USA – UE, ad esempio, una riguarda da vicino l’Italia: i produttori di formaggio americani continuano a non capire perché la denominazione Parmesan dovrebbe essere riservata al formaggio prodotto in una specifica regione italiana, l’Emilia-Romagna. O perché l’Europa non accetti di importare vegetali modificati geneticamente. La battaglia negoziale sarà dunque tra due diversi sistemi regolamentari e, in ultima analisi, tra due diversi modi di proteggere il consumatore e i produttori. C’è già chi si immagina una vittoria europea, con gli standard del vecchio continente assurti a livello globale, e chi l’esatto opposto.

Il negoziato che sta per iniziare non influenzerà solo le relazioni euro-atlantiche, ma sarà di importanza fondamentale per il commercio globale: potrebbe dimostrare che un’elevata integrazione economica è raggiungibile anche se in mezzo c’è un oceano, e potrebbe aiutare l’economia occidentale, che di qui a vent’anni avrà un peso decisamente minore sulle transazioni mondiali, a non perdere rilevanza. E’ inoltre il primo negoziato di così grande importanza che sarà possibile seguire sui social media: e scusate se è poco. La squadra negoziale della Commissione ha già creato un account Twitter, da cui aggiorna sui progressi fatti e sulle decisioni prese, mentre cercando tra le tendenze #TTIP si possono vedere i commenti dei giornalisti, le prese di posizione dei ministri, i link ai materiali della Commissione Europea. E’ difficile dire in anticipo se quello che sta per iniziare sarà il negoziato del secolo. Sarà, senza dubbio, un negoziato del nuovo secolo: raccontato, vissuto e spiegato come mai prima.

In foto, conferenza stampa al G8 di Lough Erne, Irlanda del Nord; da sinistra a destra, Herman Van Rompuy, Barack Obama, Manuel Barroso e David Cameron. (Foto: European Commission)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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