domenica , 18 febbraio 2018
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La “bionda” tedesca sarà presto patrimonio dell’umanità

Lo scorso dicembre il giornale Bild ha riportato una notizia alquanto particolare, che ancora rimbalza sulla stampa italiana. Secondo il quotidiano tedesco infatti, la birra teutonica potrebbe entrare, dal 2016, nel novero dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. La richiesta è stata inoltrata dall’associazione di categoria, la quale ha tenuto a sottolineare come il prodotto del lavoro di oltre 1300 birrai tedeschi presenti tutte le caratteristiche di unicità necessarie per accrescere il numero dei 367 patrimoni UNESCO dell’Unione Europea.

La domanda, tuttavia, potrebbe sorgere spontanea: l’UNESCO non annovera solo siti di grande valore, intesi, però, come luoghi? Come può la birra essere considerata alla stregua della laguna di Venezia, dei trulli di Alberobello o della Grande Muraglia cinese o della Statua della Libertà? La Convenzione sul Patrimonio dell’Umanità è stata adottata dalla Conferenza generale dell’UNESCO il 16 novembre 1972, con il fine di identificare, proteggere, tutelare e trasmettere alle future generazioni i patrimoni culturali e naturali di tutto il globo. Difficile far rientrare l’ottima birra tedesca tra i “patrimoni naturali”.

Potrebbe venire in soccorso, allora, l’articolo 1 che definisce quelli “culturali”, ma anche in tale parte della Convenzione si parla solo di “monumenti”, “agglomerati” e “siti”. A cosa si sono appigliati, allora, i birrai teutonici? L’articolo 2 della Convenzione contiene questa definizione di “patrimonio culturale immateriale”:

«le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how– come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana ».

È questo l’appiglio: anche la birra può esser considerata patrimonio dell’umanità o, perlomeno, può essere considerato tale l’insieme delle pratiche tradizionali necessarie alla sua produzione. Un po’ come è accaduto per la dieta mediterranea, che è stata iscritta lo scorso dicembre in questa prestigiosa lista di beni “tutelati”, anche la birra artigianale richiede, per essere prodotta, conoscenze tradizionali trasmesse di padre in figlio, che insieme costruiscono l’identità di una comunità.

La richiesta è stata inoltrata infatti solo per la birra realizzata rispettando il categorico divieto di conservanti, quella prodotta con soli quattro fondamentali ingredienti: acqua, malto, luppolo e lievito. Oggi come secoli fa. La bevanda dev’essere prodotta secondo i rigidi dettami dell’editto di purezza (Reinheitsgebot) del 1516, proclamato dal duca Guglielmo IV di Baviera. Al tempo il frumento fu infatti abolito a causa dello scarso raccolto, e, a giudicare dai risultati, la decisione finì per esser vincente.

Se quindi dal punto di vista formale sembrano esserci tutti i requisiti per pensare che all’Oktoberfest si stia assaporando qualcosa di universalmente tutelato, rimangono da capire le ragioni di questa mossa tedesca. Senza esser troppo maliziosi, si può certamente sostenere che sia un tentativo di rivitalizzare un mercato in difficoltà. Berlino spera in questo modo di valorizzare un prodotto sicuramente eccellente, ma forse troppo chiuso in sé stesso.

Nell’ultimo decennio la produzione è calata da 108,3 a 93,6 milioni di ettolitri, i birrifici sono sempre più piccoli e soffrono la concorrenza dall’estero. Nel mercato unico europeo non si possono giustamente imporre ostacoli alle importazioni e così, a fronte di esportazioni stabili sui 15 milioni di ettolitri, l’import di birre estere è passato dai 4,3 ai 7 milioni di ettolitri. Situazione abbinata ad un calo nei consumi pro capite annui, da 116 litri a 105.

Può sembrare strano che una bevanda così popolare si trovi in difficoltà, ma come in tutti i settori fondamentale, oltre alla qualità, è l’organizzazione. Scorrendo la classifica delle multinazionali della birra per prima si trova la belga-brasiliana Anheuser-Busch InBev, seconda l’anglo-sudafricana Sab Miller, terza l’olandese Heineken International, chiude la danese Carlsberg, seguita da due giapponesi. La bionda tedesca non c’è. Ed è un’assenza che fa scalpore.

Nell’immagine, uno scorcio dall’Oktoberfest (© Bastian Stein, www.flickr.com).

L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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