mercoledì , 15 agosto 2018
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L’accordo più importante

Il Consiglio Europeo di questi giorni avrebbe dovuto essere dedicato interamente a questioni commerciali e relazioni esterne dell’Unione Europea, ma a causa del perdurante stallo nei negoziati per il Multiannual Financial Framework, tali importanti temi dovranno quindi dividersi l’attenzione dei Capi di Stato e di Governo con questioni che riguardano frazioni infinitesimali dell’1% del PIL dell’Unione. Questo contribuirà a sviare l’attenzione dei media e del pubblico informato rispetto alle importanti decisioni in tema di relazioni economiche esterne che l’Unione Europea, seppur lentamente e con molti distinguo, sta prendendo.

Difatti, al conferimento del mandato alla Commissione per negoziare un accordo di libero scambio (FTA) con il Giappone, alla conclusione dei negoziati con Singapore e (forse già ad inizio febbraio, in occasione del viaggio a Ottawa del Commissario De Gucht) con il Canada, si aggiungono segnali ormai chiari di una forte volontà politica di procedere a discussioni preparatorie sistematiche per un negoziato con gli Stati Uniti. L’High Level Working Group on Growth and Jobs, formato da esperti di entrambe le parti, sta finalizzando il suo rapporto finale, il quale dovrebbe contenere un invito ai leader politici a dare avvio ai negoziati.

I benefici economici di un eventuale FTA transatlantico sarebbero enormi, trattandosi infatti della prima relazione economica bilaterale al mondo, sia per quanto riguarda il commercio, sia per quanto concerne gli investimenti. I due più grandi mercati si fonderebbero in un’unica vastissima area dove vigerà la libertà di commercio e il mutuo riconoscimento di standard e regolamenti domestici, poiché difatti sono proprio le barriere non-tariffarie a rappresentare il più grande ostacolo agli scambi tra Europa e Stati Uniti, essendo i livelli daziari generalmente bassi in entrambe le direzioni. Proprio per tale ragione, però, le difficoltà tecniche e la complessità delle possibili soluzioni compromissorie saranno notevoli: basti pensare alle diverse misure di protezione dei consumatori per quanto riguarda gli standard alimentari o alla mancata ratifica negli Stati Uniti dell’accordo ONU del 1958 sui regolamenti per la sicurezza dei veicoli a motore.

Le forze economiche in favore di un tale accordo sono numerose su entrambe le sponde dell’Atlantico, e faranno sentire la propria pressione politica, specialmente nel Vecchio Continente. Qui, infatti, vi è un forte interesse per un simile accordo, visto il maggior dinamismo dell’economia statunitense nel prossimo futuro: a un sistema finanziario che ha saputo ristrutturarsi più rapidamente si aggiungono un mercato del lavoro più dinamico e la prospettiva di un boom di estrazione di gas e petrolio grazie alle nuove tecniche di fratturazione. Ciò vale ancora di più per il nostro paese, poiché il “made in Italy” nei settori dell’agroalimentare, della moda, del lusso, e dei macchinari di produzione avrebbe ampie opportunità di crescita sul mercato americano.

Ciononostante, le resistenze e le difficoltà saranno anch’esse importanti, tanto da condizionare inevitabilmente la politica commerciale di molti Stati membri dell’Unione. Su tutte, la Politica Agricola Comune sarà sicuramente oggetto di proteste da parte dei negoziatori statunitensi e di resistenze al cambiamento da parte dei beneficiari. Altri problemi, per parte americana, sono invece la generale opposizione dei sindacati agli accordi di libero scambio, che difficilmente il presidente Obama potrà ignorare, e i requisiti di “contenuto domestico” in materia di appalti pubblici reintrodotti nel contesto dell’American Recovery and Reinvestment Act.

In entrambi i contesti abbondano i casi in cui la proferita preferenza ideologica verso il libero scambio e la trasparenza viene abbandonata per favorire interessi socio-economici strutturati, a scapito del bene comune. Il rischio per l’Europa, però, sarà di pagare la propria divisione interna e la stagnazione economica con un accordo sbilanciato, che beneficerà tutti in maniera assoluta, ma rafforzerà gli Stati Uniti in maniera relativamente maggiore. Trattandosi di un sicuro alleato, si può pensare che questo non sia un grande problema. Ma è un argomento in più nelle mani di coloro che intendono difendere produzioni inefficienti a scapito di quelle che avrebbero, nelle giuste condizioni, interessanti possibilità di espansione.

L' Autore - Shannon Little

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