martedì , 14 agosto 2018
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L’anti-dumping UE alla prova dei pannelli solari cinesi

La Commissione Europea ha iniziato lo scorso 28 febbraio una procedura d’indagine anti-dumping nei confronti della Cina riguardo alle importazioni di vetri solari. L’iniziativa è stata assunta in risposta ad una segnalazione dell’associazione europea Sun Glass, che riunisce i produttori di vetri solari dell’UE. Essa ritiene che i prodotti cinesi siano venduti in Unione Europea ad un prezzo inferiore al valore di mercato, causando quindi un danno materiale al settore produttivo europeo. Le indagini possono durare fino a 15 mesi, ma l’UE potrebbe, in base alle sue regole in materia di difesa commerciale, imporre dazi provvisori entro 9 mesi, se lo ritiene necessario.

Questo caso segue la più vasta e tecnicamente del tutto indipendente, indagine antidumping sui pannelli solari, sempre d’importazione cinese, che ha avuto inizio nel settembre 2012. Si trattava, in questo caso, del più grande caso di antidumping studiato dall’UE, e precisamente dalla DG Concorrenza della Commissione, guidata dell’ex leader del Partito Socialista spagnolo, Joaquín Almunia. Per avere un’idea della differenza tra i due casi, basta guardare alle stime del valore delle importazioni europee dei due prodotti: 200 milioni di euro per il caso sui vetri solari, 21 miliardi per i pannelli solari.

Le regole europee in materia di antidumping sono piuttosto complesse e volutamente oscure: l’indagine della Commissione consiste in questionari, inviati alle parti interessate, nel quale si chiedono informazioni su esportazioni, produzione, vendite e importazioni della merce in questione. In seguito, la Commissione determina se il dumping ha avuto luogo e, successivamente, se questo ha causato un effettivo danno al settore. In aggiunta a questo, la Commissione effettua il cosiddetto “test d’interesse dell’Unione”. In esso viene considerato se l’imposizione di misure sanzionatorie possa essere più dannosa all’economia dell’UE rispetto al beneficio che ne avrebbero i produttori domestici del settore. Infine, eventuali misure saranno informate dalla “lesser duty rule”, per cui il dazio verrà fissato al livello del dumping o del danno – a seconda di quale dei due è inferiore.

Questo procedimento è evidentemente molto scrupoloso e attento a non ledere in maniera eccessiva la libertà degli scambi, con accuse surrettizie di dumping verso produttori stranieri in realtà più efficienti. Si tratta infatti di un sistema che va oltre gli obblighi derivanti all’UE per la sua appartenenza all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), ed è sicuramente più trasparente e tecnico del sistema statunitense, dove lo US Department of Commerce e l’International Trade Commission si dividono i ruoli che in UE appartengono alla Commissione.

Non si può però trascurare il fatto che il Consiglio dell’UE è l’organo formalmente responsabile per qualsiasi decisione in merito all’applicazione di dazi o altre misure di difesa commerciale. Infatti, sono gli Stati membri, a maggioranza qualificata, ad avere l’ultima parola sul lavoro della Commissione. Questo è fonte di una considerevole politicizzazione della procedura, capace peraltro di generare contrasti tra i Paesi dell’Europa meridionale e orientale, caratterizzati da un’industria meno competitiva e concentrata su prodotti di minore qualità, e i Paesi nordici, la cui economia si basa essenzialmente sui servizi (la Germania, Paese manifatturiero che produce beni di alta e altissima qualità, generalmente oscilla tra le due posizioni a seconda del mercato in questione).

Attualmente, l’intero sistema di difesa commerciale è in fase di revisione. La tempistica per il processo è piuttosto stretta: la Commissione ha un anno per completare una serie di dossier aperti di grandissima importanza prima di vedere scadere il proprio mandato. Il precedente tentativo di riforma degli strumenti di difesa commerciale, ad opera del Commissario britannico Mandelson, aveva suscitato fortissime proteste per un probabile indebolimento di una procedura che, anche se macchinosa e inevitabilmente discrezionale, fornisce spesso l’unica tutela per le aziende nei confronti di comportamenti sleali di attori esterni all’Unione.

L' Autore - Shannon Little

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