venerdì , 17 agosto 2018
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Le sfide per UE e Giappone verso un accordo di libero scambio

Il protrarsi della crisi cipriota per tutta la settimana passata ha fatto sì che il summit Unione Europea – Giappone, previsto per lunedì a Tokyo, fosse annullato, con la piena comprensione delle autorità giapponesi, consce della gravità della crisi e dell’assoluta necessità, per il Presidente della Commissione José Manuel Barroso e del Consiglio europeo Herman Van Rumpuy, di rimanere a Bruxelles a seguire gli ultimi sviluppi e la definizione dell’accordo di salvataggio approvato dall’Eurogruppo.

Questo non ha impedito però al Commissario europeo al Commercio, il belga Karel De Gucht (in foto), di dirigersi alla volta del Sol Levante per partecipare ad una conferenza organizzata dallo European Business Council e da Keidanren, la sua controparte giapponese, e per sottolineare l’importanza assegnata dall’UE al negoziato per il varo di un accordo di libero scambio con il Paese asiatico. In tal senso, le più alte autorità europee hanno partecipato comunque in conference call, ed è stato emesso un comunicato congiunto con il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe che annuncia ufficialmente l’avvio dei negoziati, il cui primo round avrà luogo a Bruxelles dal 15 al 19 aprile.

La fase preparatoria dei negoziati che presto avranno inizio è stata lunga e complessa: ad un esercizio di perimetraggio rigoroso e approfondito, che ha richiesto molto tempo, è seguita una fase complessa di scrittura, in sede di gruppi di lavoro del Consiglio dell’UE, delle direttive negoziali che autorizzano la Commissione a negoziare per conto dell’Unione.  Le esitazioni e i timori di numerosi Stati membri sono legati, principalmente, alla minaccia che rappresentano le esportazioni nipponiche in numerosi settori di alta rilevanza economica, quali quello automobilistico e dell’elettronica di consumo.

Al tempo stesso, diversi Stati membri rimangono dubbiosi circa il potenziale economico di un eventuale accordo, poiché si ritiene difficile spingere il Giappone a modifiche ad ampio respiro delle proprie regole interne. Infatti, in maniera non difforme dal caso statunistense già analizzato su queste pagine, la posta in gioco per gli interessi industriali e dei servizi europei consiste nella rimozione delle barriere non tariffarie, ossia delle idiosincrasie regolamentari che impediscono un effettivo accesso al mercato, piuttosto che nell’eliminazione delle basse tariffe esistenti.

Ma non finisce qui. Il caso giapponese è in realtà ancora più complesso e delicato di quello degli Stati Uniti, poiché le differenze non sono solo regolamentari, ma anche e soprattutto di natura culturale. Le autorizzazioni per la commercializzazione dei prodotti e la complessità di una burocrazia potentissima che, di fatto, governa il Paese fin dai tempi dell’occupazione americana seguita alla seconda guerra mondiale, costituiscono un fattore problematico per qualsiasi prospettiva di penetrazione delle merci europee sul mercato nipponico. Se a ciò aggiungiamo le peculiarità fisiologiche di un Paese lontanissimo dall’Europa, che implica quindi diverse preferenze dei consumatori (un caso su tutti: in ambito alimentare), capiamo come gli ostacoli a un accordo di successo e che sia effettivamente vantaggioso per entrambi, ma soprattutto che possa essere percepito come tale in Europa, specialmente nei Paesi più difficoltà, sono notevoli.

Il caso del mercato delle kei-cars, mini auto giapponesi che non hanno equivalenti sul mercato occidentale, illustra quante sfide dovrà affrontare l’industria europea per trarre tutti i benefici possibili da un accordo che, sulla carta, sembra effettivamente interessante, per le dimensioni del mercato in questione e la sua ricchezza, nonché per il simile trend demografico delle popolazioni. Per quanto riguarda le riserve difensive di diversi settori dell’economia europea, che temono un aggravarsi della posizione di molte aziende (non dissimile da quanto accaduto in seguito all’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio con la Corea del Sud), queste devono essere tenute in considerazione in un’ottica di riduzione del disagio sociale, che si accompagna inevitabilmente a processi di ristrutturazione economica che penalizzano i settori più inefficienti e arricchiscono l’economia attraverso la creazione di valore aggiunto in settori con migliori prospettive di crescita futura. La difesa dell’inefficienza non è, e difficilmente potrà essere in futuro, una politica sensata per un blocco economico avanzato e ricco quale è, nel suo insieme, l’UE.

La strategia della Commissione di spingere l’acceleratore sugli accordi con due aree così importanti dell’economia mondiale, in un momento di crisi e stagnazione del mercato interno europeo, è pertanto pienamente condivisibile. Questo è vero a maggior ragione se si considera che il Doha Round dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio, che gli economisti internazionali ritengono l’opzione di gran lunga preferibile al fine di accrescere gli scambi a livello globale e quindi le opportunità e il reddito del pianeta, giace ormai in stato terminale, per la troppa complessità del processo di composizione degli interessi in gioco.

La difficoltà sta in realtà tutta nella difficile posizione negoziale dell’UE, che si trova da un lato considerevolmente più aperta dei partner in questione in numerosi settori di grande interesse, quale il mercato degli appalti pubblici, e dall’altro in una situazione economica più debole, anche solo per le incertezze, che purtroppo rimangono attuali, sul futuro della sua moneta unica. La DG Trade della Commissione rischia di trovarsi in grave carenza di personale, alla luce delle sfide che la aspettano. Il futuro delle relazioni economiche tra Stati Uniti, Giappone ed UE dipende dal lavoro di qualche centinaio di eurocrati nell’edificio Charlemagne, a due passi dal più famoso Berlaymont. Sapranno essere all’altezza delle sfide che il loro Commissario ha così fortemente voluto?

L' Autore - Shannon Little

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