sabato , 24 febbraio 2018
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Marocco: nuovi ostacoli all’accordo commerciale con l’UE

All’avvicinarsi della scadenza del mandato di Štefan Füle come Commissario all’Allargamento e alla Politica di Vicinato, si intensificano gli incontri nel Mediterraneo. Dopo l’Algeria di Bouteflika, lo scorso 19 maggio è toccato al Marocco, ormai allievo modello della regione e Paese “pilota” in materia di mobilità e migrazioni, libero mercato ed energia.

Primo fra tutti i punti in discussione fra il Commissario e numerosi rappresentanti del governo di Rabat è stato l’accordo approfondito di libero scambio (Deep and Comprehensive Free Trade Agreement), giunto, nonostante la difficile fase economica che l’UE sta affrontando, al quarto round negoziale. L’obiettivo, così come descritto circa un mese fa dal delegato del Primo Ministro marocchino Mohammed Abou, è quello di andare “oltre il concetto tradizionale di liberalizzazione”, attraverso la rimozione delle barriere non tariffarie nel settore dei servizi, la facilitazione degli investimenti, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale.

Un negoziato importante per entrambe le parti se si considera che il Marocco, con 24 miliardi di euro in flussi commerciali, è il primo partner commerciale dell’UE nella regione e che, diversamente dalla Tunisia, significativi passi avanti erano stati fatti anche nel settore dell’agricoltura con la firma nel 2012 di un accordo di liberalizzazione di prodotti agricoli, grezzi e trasformati, e di prodotti ittici. Passi avanti che “erano” stati fatti, perché ciò che non viene sollevato pubblicamente durante l’incontro del 19 e 20 maggio è l’aspro scontro che divide Rabat e Bruxelles da quando, il 23 aprile scorso, la Commissione, sotto la pressione dei produttori europei, in particolar modo spagnoli, ha deciso di modificare i prezzi d’importazione di frutta e verdure e riaprire il negoziato.

Consapevole della rinnovata sensibilità dell’opinione pubblica, Štefan Füle ha tentato di mantenere saldamente sottinteso alle dichiarazioni di rito sull’impegno di Rabat nelle riforme a 360 gradi il concetto di more for more, quella condizionalità che intende premiare i partner più performanti con maggiori investimenti, e diventata il leit-motiv della Commissione dopo le Primavere Arabe.

Non mancano però le critiche da parte di molti attivisti marocchini, espresse con chiarezza durante il World Social Forum di Tunisi nel 2013 e messe in sordina nella stampa, cui si aggiungono ora quelle dei produttori locali. Difficilmente (e comprensibilmente) i richiami ad una condizionalità il più possibile positiva riusciranno a rispondere alle accuse di neo-colonialismo avanzate dalla società civile e dall’imprenditoria locale, mentre un ruolo, sebbene marginale, potrebbero averlo le numerose iniziative di dialogo con gli attori locali, sia nell’ambito delle formali task-force bilaterali proposte dall’UE nel 2012, sia attraverso i progetti finanziati dai Programmi di supporto alla società civile e inclusi nel Piano d’Azione.

Secondo, ma non meno strategico, tema in discussione è stato la sicurezza nella regione del Sahel e il connesso controllo delle migrazioni irregolari. Mentre non si fermano, infatti, le tragedie nel Mediterraneo e l’impossibilità di cooperare con la Libia nel controllo delle frontiere desta enormi preoccupazioni in Europa, il maggiore coinvolgimento di Rabat nelle operazioni di peace-keeping auspicato da Füle e la cornice fornita dal Partenariato per la Mobilità firmato nel 2013 rappresentano al momento attuale le uniche ancore di una politica migratoria che affonda ad ogni naufragio al largo di Lampedusa.

In cambio di una (lenta) facilitazione del rilascio dei visti, l’accordo prevede infatti la stipula fra Marocco e Stati membri di accordi di riammissione di cittadini di Paesi terzi e una gestione rafforzata e congiunta delle operazioni di controllo e salvataggio. A fare ombra ai primi risultati positivi nell’applicazione di questo accordo come, ad esempio, l’intenso lavoro di revisione delle politiche di asilo, sono però le violenze che si consumano nelle enclave di Ceuta e Melilla, emblema dei paradossi della strategia migratoria europea e spesso circondate da un colpevole silenzio.

Scossa da rinegoziazioni e contraddizioni a cielo aperto, la retorica del partenariato e dello statuto avanzato resiste nell’incontro fra Štefan Füle e il Ministro degli Esteri Salaheddine Mezouar. La polvere sotto il tappeto, però, rimane, e nonostante le rassicurazioni del rappresentante dell’UE a Rabat Rupert Joy, rischia di minare profondamente le basi della “success story marocchina”.

In foto Štefan Füle alla Camera dei Rappresentanti in Marocco (Foto: European Commission)  

L' Autore - Federica Zardo

Dottoranda in Scienza Politica e Relazioni Internazionali all'Università di Torino. Dopo la laurea in Studi Europei all'Institut d'Etudes Politiques di Bordeaux e all'Università di Torino ho lavorato a Bruxelles alla Rappresentanza Italiana in Consiglio Europeo e per 5 anni come consulente in progettazione europea e valutazione a Torino. Recentemente ho collaborato con il Servizio Europeo per le Relazioni Esterne (EEAS) alla Delegazione di Tunisi. Mi occupo di politica di vicinato, politica di coesione e fondi europei

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