lunedì , 19 febbraio 2018
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Mercato delle armi: il Parlamento Europeo studia nuove regole

“Hic sunt leones” pare riportassero le antiche carte romane, in corrispondenza delle terre ritenute selvagge e fuori dalle leggi dell’impero. Caratteristiche metaforicamente calzanti anche per uno dei mercati più deregolamentati, dove selvaggia è la concorrenza e feroci sono gli interessi di venditori e compratori: quello delle armi.

Eppure il volume d’affari, secondo i dati forniti dall’ONU, è pari a circa 80 miliardi di euro all’anno. In questo contesto, dove agli interessi commerciali si legano quelli geopolitici ed etici, gli Stati dell’UE giocano un ruolo tutt’altro che secondario se si pensa che, nel 2009, le autorizzazioni all’export concesse ammontano a circa 40,3 miliardi, un dato senza eguali al mondo. Vero è che il volume cala negli anni successivi (fino 31,7 miliardi annui), ma la causa è la diminuzione degli scambi tra stati membri (minore domanda dovuta alla crisi economica). Escludendo questi ultimi, con il 24% dell’export mondiale, i 27 sono secondi soltanto agli USA, alla pari con la Russia.

Ma l’UE, oltre che nei volumi, è all’avanguardia anche nei tentativi di regolamentare questo mercato, per rendere il trasferimento di armi più “tracciabile” e, per quanto possibile, più etico. A questo obiettivo sta lavorando la Commissione Affari Esteri del PE che sta preparando un proposta (2012/2303) per “l’aggiornamento e l’attuazione della posizione comune 2008/944/PESC” sull’esportazione di tecnologia e attrezzature militari. La stessa infatti, pur essendo un’eccezione in un panorama globale quasi anarchico, ha generato più di un problema nell’attuazione.

Gli otto criteri in essa indicati affinché si possa autorizzare (licence) un produttore ad una vendita all’estero (export), si configurano come dei requisiti minimi che l’acquirente deve detenere. In sostanza non deve violare impegni internazionali, rispettare diritti umani (in particolare non ci deve essere il rischio che le utilizzi per reprimere i propri cittadini), alimentare conflitti armati (criteri da 1 a 5) e non deve esserci il rischio di rivendita ad altro stato “a rischio” o che non collabora alla lotta al terrorismo (criteri 6 e 7). Inoltre l’esborso deve essere compatibile con le sue risorse, insomma non deve spendere tutto il PIL in armamenti.

Il problema è che la decisione sulla concessione delle licences, e quindi sull’applicazione dei criteri, è facoltà esclusiva delle autorità nazionali, che li interpretano però in modo “elastico”. Per trovare un esempio è sufficiente una semplice lettura delle relazioni annuali del COARM (apposito gruppo di lavoro del Consiglio). Nel periodo 2009-11 risultano vendite alla Libia per centinaia di milioni di euro, ma allo stesso tempo risultano 54 autorizzazioni negate. Facile, se ogni stato interpretava a modo suo i criteri e le relazioni con la Libia, e lo stesso discorso vale anche per l’Egitto.

La posizione conterrebbe inoltre l’impegno a fornire annualmente i dati sull’export, in modo da consentire al COARM di stilare la propria relazione annuale, da pubblicare per consentire agli altri stati di conoscere a chi e perché è stata negata una licenza. Ma gli stati si dimostrano altrettanto elastici nel fornire i dati, visto che alcuni (es. Germania) da anni omettono la comunicazione, altri , come l’Italia, li forniscono ma parziali. La relazione sul 2011 è stata poi pubblicata solo il 30 dicembre 2012, nel pieno delle festività. “Così non la legge nessuno”, la critica più diffusa.

La proposta di aggiornare la posizione punta all’istituzione di un elenco di Stati che violano i criteri e ad un meccanismo sanzionatorio per gli Stati che autorizzano comunque le vendite. Altra modifica a cui si punta è l’inserimento, tra i materiali oggetto della posizione comune, di quelli “a duplice uso”, ovvero tecnologie, come gli apparati di videosorveglianza, non propriamente militari ma spesso usati per la repressione interna. La relazione contenente, tra le altre, tali proposte verrà presentata al PE in seduta plenaria il prossimo 10 giugno e, se approvata, sarà poi sottoposta al voto del Consiglio Europeo.

Intanto nel settore l’UE continua a fare “da traino” per l’intera comunità internazionale. Alla stessa posizione comune avevano aderito anche stati non-UE ma il vero successo è stato l’approvazione, da parte dell’Assemblea dell’ONU, del primo trattato internazionale sulla compravendita di armi (entrerà in vigore dopo 50 ratifiche). Un trattato che ovviamente l’Ue si impegna a ratificare ed alla cui promozione aveva destinato ingenti risorse (decisioni del Consiglio 2009/42 e 2010/336 PESC). Un impegno parallelo a quello volto a migliorare la sicurezza interna con la regolamentazione della “tracciabilità” degli armamenti (nr. 258/2012) e dell’intermediazione.

“Migliorare i controlli sulle armi che entrano ed escono dal territorio dell’UE per prevenirne un uso indebito”, ha dichiarato recentemente il commissario UE per gli Affari Interni Cecilia Malmstrom. “Business is business” dicevano gli inglesi, ma regolamentarlo, in ogni sua parte, è civiltà.

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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