martedì , 14 agosto 2018
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MH17: i Paesi Bassi ripensano i rapporti con Mosca

L’isola di Sakhalin, stretta e lunga, si estende a nord del Giappone. Il clima è temperato freddo: gli inverni rigidi e lunghi, con temperature minime anche sotto i meno venti gradi centigradi. Nel 1905 è diventata giapponese, per ritornare sotto controllo russo quando le truppe sovietiche l’hanno invasa, nel 1946, alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Oggi è una delle tante parti della Russia scarsamente popolate che custodiscono imponenti giacimenti di petrolio e gas.

Il petrolio viene estratto prevalentemente da Exxon, che ha in concessione l’impianto Sakhalin 1. Gli olandesi, invece, entrano in gioco per l’estrazione del gas, attraverso Sakhalin 2, “La madre di tutti i progetti”, come è stata definita da Royal Dutch Shell, la compagnia petrolifera che fino al 2006 aveva il 55% dell’impianto (una serie di piattaforme offshore). Aveva. Fino a quando i russi non hanno revocato la licenza, da loro stessi concessa nel 2003, per l’eccessivo impatto ambientale sull’isola. In particolare sui fiumi: attraversati dai grandi tubi e dalle strutture dell’impianto, sarebbero diventati un habitat ostile per i salmoni. Una giusta preoccupazione, condivisa da molti gruppi ambientali. Venuta meno quando Gazprom, il colosso russo del gas controllato dallo Stato, è entrato nel progetto, acquisendo parte della quota di Shell stessa e arrivando al 51% di Sakhalin 2. Dopo aver preso il controllo sul progetto, Putin ha dichiarato che i problemi ambientali “possono considerarsi risolti”.

La complicata relazione tra Olanda e Russia era già allora indice di una generale difficoltà occidentale ad interagire con Vladimir Putin, assertivo e molto determinato, soprattutto nell’ambito della politica energetica e del gas. Al punto di mettere a rischio ulteriori investimenti esteri diretti: Il trattamento riservato a Shell, che aveva investito 20 miliardi di dollari, non è un modo per rassicurare gli investitori internazionali.

L’attitudine olandese, però, è di considerare prima di tutto gli affari: Rotterdam è il primo porto al mondo come destinazione per i beni russi. Società olandesi sono coinvolte nella realizzazione di North Stream, il gasdotto tra Russia ed Europa, e la Russia è un mercato chiave per le esportazioni di due colossi come Unilever (agroalimentare) e Philips (elettronica). A fronte di un legame commerciale così stretto, i due Paesi hanno deciso di celebrare il 2013 come “anno di amicizia”, con manifestazioni culturali e mostre realizzate sia a Mosca che ad Amsterdam. Anno che, come raccontato dal Guardian, si è trasformato in una delle “peggiori iniziative diplomatiche di sempre”.

A cominciare dalla visita di Putin ad Amsterdam, quando il sindaco non si è presentato e ha appeso sul municipio una bandiera colorata, in segno di protesta contro la politica di repressione verso gli omosessuali adottata dal Cremlino. Un affronto cui è seguita una lunga campagna mediatica russa per raccontare l’Olanda come un Paese corrotto, abitato da pedofili e spacciatori. E le cose sono degenerate: un diplomatico russo è stato arrestato dalla polizia olandese, con l’accusa di aver picchiato il figlio, e ha denunciato di aver subito maltrattamenti. A quel punto, il vice capo-missione olandese in Russia ha subito un’aggressione omofoba in casa propria. I russi hanno invece arrestato alcuni ambientalisti olandesi di Greenpeace. Nonostante tutto, Re Alberto si è recato in visita a Mosca, nel novembre scorso, e i reali olandesi sono stati presenti alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Sochi. Assenti Cameron, Merkel e Obama. Interessata al legame commerciale, l’Olanda ha anche frenato l’approvazione di ulteriori sanzioni dopo l’annessione della Crimea.

Le cose sono cambiate, radicalmente, con la tragedia del volo MH17. Il Primo Ministro Mark Rutte e il Ministro degli Esteri Timmermans hanno usato parole dure nei confronti di Putin, arrivando a ventilare l’invio di truppe sul luogo del disastro. L’opinione pubblica olandese è ancora sconvolta per i 198 concittadini rimasti vittime e per il modo in cui i corpi sono stati trattati dai separatisti filorussi. Tanto da fare pressione, per la prima volta, anche sui grandi gruppi industriali: nel Paese si fa largo la voce che gli affari sono affari, ma nulla vieta di farli con qualcun altro.

Nell’immagine, una bandiera olandese a mezz’asta come forma di rispetto per la tragedia aerea (Photo © Tom Jutte, 2014, www.flickr.com)

L' Autore - Andrea Sorbello

Iscritto alla Magistrale in Relazioni Internazionali - Studi Europei a Torino. Appassionato/morbosamente interessato a questioni di politica economica, relazioni internazionali, politica italiana (sic) e auto sportive. Lieto di contribuire a Rivista Europae!

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