martedì , 14 agosto 2018
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Scarpe “Made in China”: è il prezzo di concorrenza a far la differenza

La Cina ha tagliato il traguardo del 2013 con una crescita del PIL del 7,7%, pari in valore assoluto alla metà dell’incremento di tutte le economie del globo. Il risultato è eccezionale, tenendo conto che gli Stati Uniti d’America si sono fermati a 1,9%, il Giappone all’1% (contro una previsione quasi tripla), l’Eurozona a -0,4% e l’Unione Europea a +0,1%, con Paesi come l’Italia che hanno chiuso addirittura a -1,9%.

Tale risultato viene accompagnato dall’importante accordo siglato da Pechino con la Banca d’Inghilterra e la Bundesbank che di fatto ha sancito lo sbarco della valuta cinese in Europa anche se, ufficialmente, il renminbi – yuan sarà completamente convertibile solo a partire dal 2020Sono molti i settori trainanti dell’economia cinese, ma tra i più importanti spicca quello calzaturiero.

Proprio in questi giorni a Roma è stato presentato il Shoe Report 2014 – Sesto Rapporto Annuale sul contributo del settore calzaturiero al rafforzamento del Made in Italy”. In questa approfondita analisi del settore, la Cina si presenta con numeri senza eguali. Basti pensare che la sola Unione Europea importa intorno a 1.800 milioni di paia di scarpe dalla Cina contro i circa 4 milioni che esporta. La produzione mondiale (dati riportati aggiornati al 2012) vede la Cina come primo Paese produttore con oltre 13.300 milioni di paia di scarpe prodotte ogni anno, per una quota sulla produzione globale pari al 63,1%.

Il gap con il secondo maggior produttore, l’India, è considerevole, tenuto conto che la produzione di quest’ultima copre “solo” il 10,4% della produzione mondiale, per un totale di 2.194 milioni di scarpe. In questa top ten, l’Italia è al decimo posto con 199 milioni di scarpe, pari allo 0,9% del totale mondiale. Il nostro Paese risulta essere il primo nell’Unione Europea con il 34,3% d’incidenza sul totale della produzione dell’area, seguito da Spagna, 16,7% , Portogallo 12,7. Chiudono la classifica la Germania e la Francia con rispettivamente il 4,5% e il 4% per un totale complessivo, a livello Unione Europea, di appena 56 milioni di paia prodotte.

Sicuramente uno dei dati più importanti e significativi è riconducibile al valore dell’export che vede la Cina fatturare oltre 44.300 milioni di dollari, pari al 39,9% del mondiale, ad un prezzo medio per paia di circa 4,40 dollari. L’Italia, seconda, fattura più di 9.800 milioni di dollari, con un’incidenza dell’8,8% sul totale mondiale e con il prezzo medio più alto di oltre dieci volte, 45,80 dollari a paio di scarpe, derivante da tradizione, qualità ma anche e soprattutto costo del lavoro. Riguardo a quest’ultimo punto, proprio in questi giorni migliaia di operai cinesi del settore calzaturiero sono scesi in piazza per rivendicare i loro diritti. Rimangono infatti precarie le situazioni di questi “schiavi delle scarpe” che spesso si trovano a lavorare senza copertura sanitaria e pensionistica, in un terreno sindacale e contrattuale fatto di sabbie mobili.

Sun Tzu nel suo l’“L’arte della guerra” scriveva ben 300 anni prima dell’avvento di Cristo che “ogni attività, nella vita come in battaglia, avviene su un certo terreno e per ognuno esiste una risposta appropriata”, specificando anche che “In un terreno aperto non ti accampare. In una zona di confine stringi alleanze. In una zona crocevia non restare. In un terreno chiuso elabora strategie. In un terreno di morte combatti”. Per questi operai che producono scarpe per colossi come Nike, Adidas, Puma e Timberland, il tema da scoprire è quale sia il terreno sul quale stanno operando. Mentre le autorità cinesi fanno i conti con l’imminente ennesimo anniversario della rivolta di Tienanmen, questo tipo di proteste rievoca qualcosa di più che semplici fantasmi. 

Photo: Wikimedia Commons.

L' Autore - Luca De Poli

classe '70, Laurea in Scienze Politiche a Padova e Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l'Universita' Ca' Foscari di Venezia. Master SDA Bocconi (2003-05) e Master Ipsoa (Pianificazione Patrimoniale). Autore del libro "78 giorni di bombardamento NATO: la Guerra del Kosovo vista dai principali media italiani" (Primo Premio al Concorso Internazionale 2015 Mario Pannunzio, Istituto Italiano di Cultura fondato da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, Torino - Sez D). 100% del ricavato viene donato ad Amnesty International. E del libro "Ibrahim Rugova. Viaggio nella memoria tra il Kosovo e l'Italia" (Primo Premio Rive Gauche 2016 Firenze, patrocinato dal Ministero Beni Culturali). Dopo aver seguito per anni progetti nel settore bancario rivolti anche al mondo del Non Profit, dal 2015 si occupa di Wealth Management.

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