martedì , 20 febbraio 2018
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TTIP: dilemmi giuridici sugli accordi d’investimento

Sin dagli anni ’50, gli Stati membri dell’UE hanno ratificato oltre 1400 trattati bilaterali di investimento (BIT) con Paesi terzi: il primo fu concluso nel 1956, tra l’allora Repubblica federale tedesca e il Pakistan e oggi, complessivamente, gli accordi in luogo tra Stati europei ed extra-UE rappresentano circa la metà dei BIT esistenti su scala mondiale.

Nonostante l’evidente proliferazione di accordi commerciali su scala mondiale in cui si inserisce, il TTIP (accordo di partnership transatlantica su commercio e investimenti) sta catturando un’attenzione mediatica e politica senza precedenti nella storia degli accordi commerciali sinora negoziati e ratificati dall’UE. A buon diritto i riflettori sono puntati su quello che il commissario europeo al commercio Karel De Gucht ha definito il più grande negoziato commerciale dell’UE. E di tale si tratta, dal momento che stiamo parlando di un’area del mondo (Unione Europea e Stati Uniti) che comprende nel suo insieme più del 40% del PIL mondiale.

I punti salienti dell’accordo, sui quali si manifestano le divergenze tra interessi della comunità economica e della società civile sono di diversa natura, ma il nucleo duro rimane la liberalizzazione degli investimenti.

Tra gli standard generali previsti dal TTIP troviamo infatti il principio del trattamento nazionale, secondo il quale l’investitore straniero deve essere trattato alla stregua di quello nazionale, e quello della nazione più favorita. Inoltre, il sistema per la risoluzione delle dispute tra Stato e investitore straniero (ISDS) permette ad una azienda multinazionale straniera di citare in giudizio lo Stato ospite dell’investimento di fronte ad un tribunale internazionale, in caso si consideri lesa in un diritto previsto dall’accordo.

L’architettura giuridica del TTIP fa molto discutere alla luce dei diversi episodi verificatisi in nome dei principi menzionati previsti da accordi bilaterali della stessa natura. Ad esempio, la società elettrica svedese Vattenfall presentò un ricorso contro il governo tedesco dopo che questo decise l’abbandono della politica nucleare nel 2011. O ancora, il gruppo statunitense Philip Morris citò in giudizio il governo australiano per l’introduzione del divieto all’uso dei marchi sui pacchetti di sigarette per ragione di salute pubblica. Si teme dunque che tali previsioni mettano a repentaglio le politiche nazionali (europee da un lato e statunitensi dall’altro) in nome della difesa del libero accesso al mercato.

Preoccupazioni più che lecite, soprattutto alla luce della divergenza di normative in materia ambientale e agricola (solo per menzionarne alcune) dei partner d’oltremare. Quando si parla di accordi di libero scambio che contengono un nucleo sostanziale riguardante la liberalizzazione degli investimenti, l’ago della bilancia vacilla tra due pesi: da un lato la protezione dell’investitore, dall’altro, la protezione delle comunità locali e del quadro normativo in cui esse esercitano il loro diritto di cittadinanza.

Due le considerazioni a riguardo. La prima riguarda il contesto giuridico: UE e Stati Uniti costituiscono due solidi blocchi, ciascuno dei quali presenta standard normativi molto elevati. Pertanto, sarà necessario creare un sistema di “checks and balances” (caro agli americani), tale da permettere un’interpretazione chiara e trasparente delle norme in materia. A tal proposito, la Commissione ha inserito sul sito della DG Trade il sistema delle consultazioni pubbliche che, attraverso un questionario, permette di pubblicare feedback su tutti i punti dell’accordo.

La seconda tocca il carattere proprio della politica commerciale dell’UE, che con il Trattato di Lisbona ha assunto una caratura fortemente sociale, in quanto deve essere condotta nel rispetto di democrazia, Stato di diritto e diritti dell’uomo. Mettere in discussione uno di questi principi fondamentali a causa di una disputa di fronte ad un tribunale internazionale, farebbe crollare i pilastri su cui si regge l’Unione europea stessa. Il sistema ISDS dovrà pertanto essere ridisegnato in modo da garantire più trasparenza, l’accesso pubblico agli atti, la possibilità per le parti interessate di presentare le proprie osservazioni al processo e la previsione di un organo di appello. Inoltre, sarà necessario un meccanismo che consenta di evitare l’accesso a reclami frivoli e infondati, per ovviare ai casi di ‘forum shopping’ cari alla storia degli accordi bilaterali sugli investimenti.

Nell’immagine, campagna contro il TTIP (© campact www.flickr.com)

L' Autore - Silvia Cardascia

Laureata magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma, con specializzazione in Diritto Internazionale dell’Economia e dell’Ambiente. Dalla mia tesi di ricerca sul trattamento degli investimenti diretti esteri in Turchia e le mie successive esperienze sia nel settore del commercio estero che nel non profit nasce il mio interesse per la regolamentazione internazionale in materia di commercio, IDE e azione esterna dell'UE. Scrivo per il blog www.failcaffe.it e sono un’appassionata di geopolitica e Medio Oriente.

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