sabato , 24 febbraio 2018
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TTIP e società civile (parte II): l’oscura nube su welfare e investimenti

Analizzare il negoziato sul TTIP come una semplice battaglia tra due diversi sistemi regolamentari sarebbe riduttivo. Le differenze tra i due mondi, in realtà, sono sostanziali: in quello statunitense vige da sempre il primato dell’economia sulla politica, con un modello di crescita infinita, individualismo e consumo non socialmente ed economicamente sostenibili. E’ solo del 2010, infatti, la riforma in senso inclusivo della sanità americana. In quello europeo, da più parti la politica cerca di ristabilire il suo primato sull’economia della cosiddetta pensée unique.

La politica ambientale europea è un chiaro esempio di come l’UE si sia sforzata di operare un cambiamento normativo e culturale, pur rimanendo nei confini del libero mercato: comprare i diritti per inquinare. Ma non tutto si può e si deve comprare. Il timore più grande nell’odierna, austera UE è che con il TTIP l’Europa abbandoni la guardia, lasciando i servizi pubblici in balìa totale della logica del profitto e inascoltati gli appelli di chi, da tempo, preme per una riconsiderazione complessiva del modello di crescita.

A due mesi dalle elezioni europee, l’ALTER summit costituisce ad esempio un forum di dibattito inclusivo sul futuro dei servizi pubblici – acqua, servizi sanitari e istruzione in primis – ma anche sulle problematiche in materia di diritti dei lavoratori e protezione sociale. A tal proposito il sindacalista statunitense Mike Dolan ha ironizzato parlando di upward harmonization: è raro infatti che gli USA trattino di libero scambio con Paesi con un livello di protezione sociale e del lavoro più elevato rispetto agli standard domestici. Salari e lavoro di qualità sono legati alla qualità del welfare: è lecito chiedersi, dunque, come inciderà l’“armonizzazione” sui diritti dei lavoratori e sulla sicurezza sociale nell’UE. Intanto, la società civile registra comunque il rifiuto della Commissione di presentare una proposta legislativa in linea con le richieste pervenute dall’iniziativa cittadina Right2Water.

Tornando a posare lo sguardo sulle negoziazioni, significative sono le previsioni dedicate agli investimenti: da rimarcare infatti la struttura dell’Investor-State Dispute Settlement (ISDS), che permette agli investitori privati di citare in causa uno Stato ed esigere il pagamento di sanzioni in caso di azioni statali che compromettano le loro attività nel Paese stesso. Un dispositivo non reciproco, pensato inizialmente per proteggere l’investitore dagli espropri cui potrebbe esser soggetto, ad esempio, in un Paese in via di sviluppo sprovvisto di un sistema giudiziario affidabile.

L’ISDS figurava già nel progetto di Accordo Multilaterale sugli Investimenti (MAI), negoziato in segretissima nella seconda metà degli anni ’90, ma che non vide mai la luce, per poi essere incluso nell’accordo multilaterale NAFTA. Inoltre, quasi tutti gli Stati Europei ne fanno utilizzo per risolvere le controversie nei trattati bilaterali con Stati terzi. L’ISDS compare anche negli accordi di investimento bilaterali tra Stati Uniti e alcuni Paesi Europei (Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia, Romania e Slovacchia). Si tratta di estendere tali trattati a livello europeo, visto che ora l’UE ha competenza a legiferare sugli investimenti. Manca però all’appello una valutazione sistematica degli accordi bilaterali esistenti.

I depositi di pratiche hanno conosciuto un vero a proprio boom a partire dal 2000, eppure ad oggi non esiste un registro delle cause intentate ai danni degli Stati e le relative sanzioni pecuniarie. Anche per questo le voci critiche parlano di privatizzazione del sistema di arbitraggio commerciale. In risposta alla crescente pressione, a gennaio il Commissario al Commercio De Gucht annunciava una consultazione pubblica sulle disposizioni relative agli investimenti e alla risoluzione delle controversie, ma, essendo la politica commerciale di competenza esclusiva della Comunità, la posizione che l’UE deve assumere nei negoziati non sarà oggetto della consultazione. Uno dei nodi da risolvere rimane l’allocazione della responsabilità giuridica e finanziaria tra l’UE e gli Stati membri in caso di disputa. Nell’accordo politico con il Canada, ad esempio, l’ISDS si applica alle presunte violazioni degli standard di protezione degli investimenti e non all’accesso al mercato.

Cominciate nel luglio 2013, le negoziazioni per l’accordo proseguiranno a Washington nel mese di maggio, mentre il sesto round si terrà a Bruxelles a luglio. Intanto, a febbraio le regioni francesi Ile-de-France (Parigi) e PACA (Provence-Alpes-Côte d’Azur, Marsiglia) hanno chiesto lo stop dei negoziati e si sono dichiarate “zone fuori TTIP”.

In foto, le varie anime della protesta anti-TTIP tenutesi di fronte alla DG Trade della Commissione Europea (© Corporate Europe Observatory – Flickr 2014)

L' Autore - Redazione Europae

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2 comments

  1. Celso Vassalini

    Ioannes Paulus PP. II Karol Wojtyla, per desiderio di papa Francesco, sarà proclamato patrono delle Giornate mondiali della Gioventù è stato l’iniziatore (Gmg). Inoltre, è il primo giorno del mese di maggio, il mese di Maria; ed è anche la memoria di san Giuseppe lavoratore e umilmente aggiungo per una cultura della sicurezza ambiente lavoro. E della stupenda lettera enciclica: LABOREM EXERCENS del Beato Ioannes Paulus PP II Karol Wojtyla. E un pensiero a quella assurda, orrenda tragedia che ha quella dolce piazza innocente. Piazza della Loggia, dove era in corso una manifestazione unitaria di lavoratori e lavoratrici. Questa mia riflessione, va anche in onore di Fulvio Manzoni, referente della comunicazione bresciana BresciaSette T.T., che ha saputo dare voce a chi non l’aveva. Il quale testimone di Giovanni Paolo II, nel percorso di vita da Fulvio fatto. San. Ioannes Paulus PP. II Karol Wojtyla Anima del Regno. Quando si dice la Chiesa, si dicono tante cose e tante diverse realtà con una sola parola: la comunità dei fedeli, le congregazioni religiose, i sacerdoti che amministrano i sacramenti, i vescovi successori degli apostoli, la Curia dei ministeri vaticani, il Papa che guida, decide, rappresenta in terra il legame tra le anime credenti e il Cristo che venne per indicare la via della salvezza e della nuova alleanza. Io e il mondo dei fedeli, le famiglie, i giovani, i vecchi, i bambini, i fratelli maggiori abbiano pianto. Il Papa è tornato alla casa del Padre. Noi come un’onda attraversa il ricordo del nostro concittadino di primo apostolo in Medio oriente e un grande Maestro Paolo VI «forgiatore» di Karol Wojtyla che nel 1978, ha assunto il nome di Giovanni Paolo II, nella linea della Santa Continuità: quello del Papa Luciani morto dopo poche settimane di regno e si ricollocava ai due Pontefici che l’avevano preceduto nel segno del Concilio Vaticano II, cioè della nuova Chiesa, ecunemica, tollerante, pastorale, aperta alle voci della modernità e della collegialità. Insomma riformista, se vogliamo usare una definizione calzante anche se non propriamente canonica. Il mio forgiatore e maestro don Giuseppe Verzelletti, parroco di Roccafranca, sono sicuro che mi concederà questo passaggio. Invece cominciava una rivoluzione durata ventisette anni. Una rivoluzione densa di contraddizioni, tenute insieme come un tiro di cavalli impetuosi e spesso discordi, da una mano che riesce a unificarne il vigore ma non la natura e la finalità. Solo la grande multiforme personalità di Giovanni Paolo II è riuscita nell’impresa di rappresentare al tempo stesso la Chiesa della tradizione e quella dell’innovazione, il Dio degli eserciti e il Dio della misericordia, l’apertura conciliare e il centralismo curiale, la lotta contro il comunismo e la critica incessante al capitalismo, la mano tesa verso gli ebrei «fratelli maggiori» e la sintonia con l’Islam forgiatura e solco di Paolo VI; infine l’attenzione rivolta ai non credenti e la reiterata condanna contro la civiltà dei Lumi e contro l’autonomia della ragione. Il suo successore, si è trovato alle prese con un’eredità schiacciante che con fatica sta portando avanti. La Chiesa di Paolo VI, di Giovanni Paolo II è grande perché è riuscita a non concludersi con loro, continua nelle mani di Benedetto XVI. Questo è uno dei più grandi miracoli cioè «inspiegabili». Sul piano degli accostamenti storici con i suoi predecessori prossimi o remoti si potrebbe osservare che la fase pacifista pone Giovanni Paolo II molto più vicino a Paolo VI e soprattutto a Benedetto XVI. Negli ultimi anni del suo pontificato quesiti della pace, del negoziato, del multi materialismo, della sua superiorità della diplomazia sulle soluzioni militari, sono stati tratti salienti dell’incessante predicazione di Giovanni Paolo II. A essi si sono affiancati i temi sempre presenti della tutela della famiglia. Il vigore con il quale ha tenuto questa posizione ricorda, se vogliamo ancora giovarci di assonanze con alcuni suoi remoti predecessori, i grandi papi politici che affrontarono la lotta contro l’impero e in genere contro il potere temporale dei regnanti quando si poneva in contrasto con la supremazia spirituale della Chiesa. Ricorda Gregorio VII e Innocenzo III e soprattutto Papa Pio XII, rivissuti in chiave moderna e nella dimensione di massa che caratterizza l’epoca nostra. Quel Transito che per ognuno di noi è il momento della propria morte. «Totus Tuus ego sum Nel Nome della Santissima Trinità. Amen», donato alla Chiesa il 7 Aprile 2005. Inizia così il testo del testamento del papa Giovanni Paolo II in data 6 marzo 1979 con le aggiunte successive. «Vegliate, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà» (cf. Mt 24, 42) – queste parole mi ricordano l’ultima chiamata, che avverrà nel momento in cui il Signore vorrà. Desidero seguirLo e desidero che tutto ciò che fa parte della mia vita terrena mi prepari a questo momento. Non so quando esso verrà, ma come tutto, anche questo momento depongo nelle mani della Madre del mio Maestro: Totus Tuus. Nelle stesse mani materne lascio tutto e tutti coloro con i quali mi ha collegato la mia vita e la mia vocazione. In queste Mani lascio soprattutto la Chiesa, e anche la mia Nazione e tutta l’umanità. Ringrazio tutti. A tutti chiedo perdono. Chiedo anche la preghiera, affinché la Misericordia di Dio si mostri più grande della mia debolezza e indegnità. Durante gli esercizi spirituali ho riletto il testamento del Santo Padre Paolo VI. Questa lettura mi ha spinto a scrivere il presente testamento. Del congedo da questo mondo – per nascere all’altro, al mondo futuro, segno eloquente (aggiunto sopra: decisivo) è per noi la Risurrezione di Cristo. Ho paragonata con il testamento del mio grande Predecessore e Padre Paolo VI, con quella sublime testimonianza sulla morte di un cristiano e di un papa. Nel documento, oltre al ricordo di vescovi, credenti di altre religioni e confessioni e del mondo della cultura, della scienza e della politica, c’è anche un ricordo per i giornalisti. «E quanti rappresentanti del mondo della cultura – scrive – della scienza, della politica, dei mezzi di comunicazione sociale»: sono anch’essi «abbracciati con grata memoria». Del messaggio che ci ha lasciato Benedetto XVI ha riassunto il senso ricordando le parole che pronunciò all’inizio del suo pontificato, il 22 ottobre 1978. «Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo». Giovani e giovanissimi che non vogliamo dimenticare il «Nostro» San. Ioannes Paulus PP. II Karol Wojtyla ma che siamo pronti al richiamo del suo successore. Come quell’Uomo vigoroso «funky», severo eppure sempre dolcissimo è stato il suo punto fermo, immobile dei loro anni più verdi. Il solo pilastro nel confuso vortice con cui il mondo ha mutato le sue figure come nel fondo di caleidoscopio. C’era il comunismo e ora non c’è più. Per molti San. Ioannes Paulus PP. II Karol Wojtyla è stato il faro, la sola luce, il solo verbo. «Ho una grande tenerezza e gratitudine per il Papa. È stato per me esempio di forza e di tenerezza». Mi vengono in mente le parole di Paolo della Lettera ai romani: «Nessuno vive per se stesso. Nessuno muore per se stesso. San. Ioannes Paulus PP. II Karol Wojtyla è vissuto per noi. Quante volte ce l’ha ripetuto. Lo ricordo a Tor Vergata quando disse: “Voi non siete soltano il futuro, siete il presente, siete la civiltà dell’amore”». Un augurio di buona Pasqua e da lassù Uomini e Donne della mia amata Brescia salutatemi il San. Ioannes Paulus PP. II Karol Wojtyla.
    Celso Vassalini

  2. Celso Vassalini

    uno stato crea debito per investire poi si trova che, altri stati virtuosi,con un regalo fatto da chi ha investito questo è proprio il colmo, se ha suo tempo lo Stato avesse controllato e tenuto sotto controllo le liberazioni dei servizi che prima erano controllati dai Comuni, facendo si, che si arricchivano ha nostre spese di Cittadini, sono vent’anni di ruberie fatte ha nostre spese, aggiungendo le tasse dei Comuni, logicamente non avendo più soldi in cassa e creando debito del comune stesso, rientrando alzando le percentuali dal 4% al sei %, i paesi stanno morendo perché nessuno investe più sul territorio.

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