18comix
TTIP
Proteste contro il TTIP a Dortmund, Germania © campact - www.flickr.com, 2013

TTIP: l’Europa arranca, Obama ora è più forte

Appena pochi giorni e la clamorosa notizia del voto contrario del Senato americano sulla concessione della Trade Promotion Authority al Presidente Obama è stata ribaltata. Il voto positivo alla fast track – così viene chiamata la rinuncia ad emendare qualsiasi accordo internazionale e sottoporlo solamente a un voto sì/no da parte del Congresso – è infatti arrivato giovedì scorso, e un tassello pressoché fondamentale per la conclusione del Trans Pacific Partnership (TPP) è andato al suo posto.

Il voto del Congresso

La Casa Bianca può così nascondere sotto il tappeto la polvere di un partito democratico diviso su una questione cruciale come la politica commerciale nel ventunesimo secolo. Diviso sui mezzi e soprattutto sugli obiettivi: offensivi e propositivi per il Presidente e l’ala centrista, difensivi e incerti per l’ala sinistra. Più diplomatico e realista il primo, più pronta a puntare il dito contro i Paesi stranieri ritenuti colpevoli di pratiche sleali la seconda. Questo proprio quando i negoziati, condotti dall’Ambasciatore americano Froman, avanzano a spron battuto lungo il rettilineo finale, con pezzi da novanta quali il premier giapponese Shinzo Abe e lo stesso Barack Obama a tirargli la volata: il primo con uno storico discorso al Congresso per perorare proprio la fast track, e il secondo andando in visita al quartier generale della Nike in America, per mostrare come la globalizzazione possa creare posti di lavoro anche sul suolo patrio.

Il Trans Pacific Parternship e il TTIP

L’accordo raggiunto tra Repubblicani e Democratici meno di 24 ore dopo il gran rifiuto lascia in ogni caso presagire un esito positivo per l’accordo, che unirà 11 Paesi molto diversi tra loro in un’unica area economica intorno all’Oceano Pacifico. Si tratterà di un accordo, secondo Pascal Lamy, ex segretario della World Trade Organization di Ginevra, che porrà l’accento su questioni più tradizionali di tariffe e accesso al mercato, rispetto alle normative e agli standard che rappresentano il cuore del Transatlantic Trade & Investment Partnership (TTIP). Questo significa che, in larga misura, l’Europa non sta perdendo l’occasione di definire le norme della nuova globalizzazione. Ciononostante, è evidente che il rischio di diversione del commercio dal Vecchio Continente verso i Paesi del TPP è quanto mai reale, così come vi sarà un’oggettiva perdita di convenienza e centralità nelle catene globali del valore per i Paesi europei agli occhi delle multinazionali.

Una prospettiva inquietante per un’Europa in cui la crescita arranca e la demografia, la cultura e uno Stato più ingombrante frenano gli spiriti animali del capitalismo. Un’Europa dove il TTIP arranca tra proteste sempre più forti in merito a questioni quali le regolamentazioni sugli OGM e le clausole di risoluzione delle dispute investitore-Stato. E questo nonostante i migliori sforzi di una DG Commercio a guida Cecilia Malmström, meno coriacea del predecessore De Gucht, che ha recentemente avanzato una proposta immaginosa – anche se di difficile realizzazione – per risolvere l’impasse sul quest’ultimo punto, che verte essenzialmente sulla creazione di una corte di arbitrato internazionale permanente.

La stessa Commissione Juncker si sta complicando la vita in questi negoziati: è infatti di pochi giorni fa la notizia che la stessa ha rinunciato alla facoltà di imporre agli Stati membri norme vincolanti su importazione e utilizzo degli OGM, anche a seguito di controlli scientifici accurati. Questo rappresenta una grave perdita di credibilità dell’Unione Europea nei confronti della controparte su un punto ad essa prezioso, proprio mentre quest’ultima si rafforza con la fast track e i progressi sul TPP.

Forse l’Unione non sta davvero perdendo il treno verso l’integrazione del commercio mondiale. Ma rischia di salire all’ultimo secondo, scordando alcuni bagagli e comprando il biglietto a bordo, con un sovrapprezzo.

L' Autore - Shannon Little

Check Also

niger

Niger e Francia: il business dell’uranio e gli investimenti in stabilità

Il Niger, al 187 posto nell’indice dei diritti umani, rappresenta uno degli stati più complessi …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *