mercoledì , 21 febbraio 2018
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UE-Cina: chiusa la disputa sulle terre rare?

Pochi giorni prima della sua trionfale discesa su Bruxelles, il Presidente cinese Xi Jinping aveva ricevuto una notizia poco simpatica dalla World Trade Organization (WTO): le politiche di Pechino di restrizione all’esportazione delle terre rare sono contrarie alle norme del commercio internazionale e dovranno pertanto essere rimosse entro “un periodo di tempo ragionevole”.

Lo scorso 26 marzo, infatti, il panel di esperti ha rifiutato tutte le argomentazioni cinesi, che si basavano sulla protezione dell’ambiente e la conservazione di risorse esauribili, volte a giustificare la distorsione al commercio di elementi di grande importanza per l’industria ad alta tecnologia. Oltre a 17 terre rare, la decisione del panel riguarda tungsteno e molibdeno, metalli utilizzati nella produzione di leghe di acciaio. Le terre rare vengono utilizzate in piccolissima quantità nella produzione di smartphone, tablet, turbine per l’eolico, catalizzatori industriali e magneti ad alta tecnologia. Le applicazioni spaziano dall’elettronica di precisione all’aerospazio e all’automotive, in particolare per quanto riguarda il settore in forte crescita delle auto ibride. Per moltissimi prodotti high tech, le terre rare sono un componente insostituibile del processo di produzione.

Gli Stati Uniti, presto affiancati da Unione Europea (UE) e Giappone, lanciarono il caso al WTO nel marzo 2012, in seguito all’introduzione di tasse all’export, restrizioni quantitative e adempimenti burocratici da parte cinese nel 2009. Il prezzo dei minerali sui mercati globali è da allora aumentato esponenzialmente, sottolineando la vulnerabilità strategica dei grandi Paesi industrializzati nei confronti della Cina, vulnerabilità resa ancora più evidente nel settembre 2010, quando Pechino bloccò completamente le esportazioni delle terre rare verso il Giappone a seguito di una disputa legata al controllo delle isole Senkaku/Daioyutai.

Secondo il verdetto, tali aumenti non si sarebbero sempre trasmessi ai consumatori, ma avrebbero avvantaggiato in maniera iniqua le aziende domestiche, secondo una logica di politica industriale volta a favorire la dislocazione di attività produttive – e di conseguenza di posti di lavoro, capitale e competenze tecniche – nel Paese asiatico. Il verdetto non entra nel merito delle strategie di sviluppo sostenibile adottate da Pechino, ma stabilisce il principio secondo il quale le risorse di un Paese, una volta estratte dal suolo, debbano essere commercializzate secondo le norme globali, ossia sulla base del libero mercato. Questo significa che gli Stati nazionali mantengono la massima libertà nel decidere in quale misura sfruttare le proprie risorse naturali, ma che vedono limitato il loro spazio di azione in materia di politica industriale, spesso costruita in modo tale da incentivare gli investimenti esteri finalizzati a “scavalcare” le restrizioni all’acquisto delle materie prime. Gli effetti della giurisprudenza del panel hanno quindi il potenziale di farsi sentire in tutto il mondo, ovunque i Paesi ricchi di materie prime adottino questa strategia.

Le parti dispongono ora 60 giorni per decidere se fare ricorso in appello, ma l’impressione generale è che la Cina rispetterà il verdetto, come fece in precedenza per un caso simile che riguardava materie prime più comuni. Il successo della visita a Bruxelles del Presidente cinese, che ha ottenuto l’appoggio dell’UE all’ingresso della Cina nei negoziati per un accordo globale di liberalizzazione del commercio in servizi, è un segnale incoraggiante di presa di responsabilità da parte del gigante asiatico.

Lo stesso vale per il negoziato per un accordo fra UE e Cina su protezione degli investimenti e accesso al mercato, giunto al suo secondo round e sostenuto da entrambe le parti al più alto livello. Le conclusioni della visita ribadiscono l’ampio spettro della cooperazione tra Europa e Cina, una relazione più solida e meno conflittuale di quella tra Europa e Russia o tra la stessa Washington e Pechino, al punto da includere, anche se con toni decisamente prudenti, la prospettiva di un futuro negoziato per un accordo di libero scambio. Siamo ormai giunti in vista dell’ultima frontiera della globalizzazione.

(Foto: Terence Wright – Flickr)

L' Autore - Shannon Little

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