martedì , 14 agosto 2018
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UE-Thailanda: un passo oltre la crisi con gli accordi di libero scambio.

Il 25 aprile a Bruxelles, l’Unione Europea e il Comitato per lo sviluppo economico thailandese hanno posto ulteriori basi per i negoziati commerciali iniziati il 6 marzo 2013.  Il presidente della Commissione Europea Manuel Barroso e il Primo Ministro thailandese Yingluck Shinawatra accordarono l’apertura dei negoziati per la firma di un accordo di importanza strategica per l’Unione Europea. Le trattative, che si pre-annunciano molto complesse, avranno per oggetto la nascita di un area di libero scambio (free trade area) tra la Thailandia e l’intera Unione. Per capire la rilevanza e l’impatto economico che tale progetto può avere sulle relazioni economiche di tutto il mondo, è sufficiente sottolineare che l’accordo coinvolgerà, se perfezionato, un mercato da poco meno di 600 milioni di persone.

L’eventuale accordo fra UE e Thailandia andrebbe ad aggiungersi alle decine di accordi, multilaterali e bilaterali, che coinvolgono quasi tutti i paesi del mondo, dando vita ad una intricata rete di free trade area, per un totale di 354 agreements. La tendenza a firmare accordi di tale tipologia sta portando l’economia globale, secondo alcuni, a una graduale “regionalizzazione” delle relazioni commerciali, tramite la nascita di veri e propri blocchi di Stati, che mirano ad assicurarsi, anche durante la crisi più dura, un nucleo di Paesi con il quale poter liberamente commerciare. Il fascino di un’area di libero scambio, oltre alle ovvie convenienze economiche, è dovuto anche al fatto che la possibilità di istituire una free trade area dà la possibilità di derogare ai principi che regolano il diritto internazionale del commercio, codificato poi con l’accordo multilaterale del 1994 che ha dato vita all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). L’articolo 24 dell’accordo OMC prevede infatti la possibilità di istituire delle aree di libero commercio tra due o più Stati, nel rispetto del principio generale secondo il quale tali accordi devono in ogni caso contribuire alla graduale liberalizzazione commerciale a livello globale. Tuttavia, per essere lecito, l’accordo deve essere notificato immediatamente all’OMC e rispettare alcuni principi previsti dagli accordi del 1994. A oggi, l’OMC ha ricevuto più di 546 notifiche che attestano la nascita di nuovi regional trade agreements (RTA).

L’Unione Europea appare come il “campione” in questo campo, dato che il progetto di integrazione affonda le proprie radici in un’area di libero scambio. Per questo motivo, il Commissario europeo per il Commercio, oggi il belga Karel De Gught, a capo della Direzione Generale per il Commercio, è una di quelle figure comunitarie che gode di un potere paragonabile a quello di un più tradizionale ministro nazionale, soprattutto dopo i Trattati di Maastricht e Lisbona. La competenza esclusiva interna in materia di commercio di beni, servizi, investimenti diretti esteri e aspetti commerciali delle proprietà intellettuali, poi estesa anche per quanto riguarda il commercio estero tramite la dottrina dei poteri impliciti, dà ampia libertà alla Commissione in tale contesto. Libertà che è stata regolarmente esercitata e che, soprattutto dall’inizio della crisi del 2007, ha spinto l’istituzione comunitaria ad aprire importanti trattative commerciali oltre che con la già citata Thailandia, anche con numerosi partner di primo livello: gli Stati Uniti, l’India, il Giappone, l’ASEAN, il Canada, il MERCOSUR e il Consiglio di Cooperazione del Golfo.

Le caratteristiche del mercato europeo, come i 500 milioni di persone con un PIL pro capite mediamente tra i più alti al mondo, rendono il vecchio contenente un importante sbocco per le merci di mezzo mondo. Questa considerazione mette in mano alla Commissione strumenti utili per concludere degli accordi che potrebbero fare la differenza per le migliaia di piccole e medie imprese che formano la struttura portante dell’economia europea. Gli accordi di libero scambio quindi, come quello che dovrebbe nascere con la Thailandia, potrebbero permettere all’UE di uscire dal pantano della crisi economica e contemporaneamente combattere la concorrenza, giudicata più o meno sleale, di attori agguerriti come la Cina, il Brasile o la Russia. Infatti, se è vero che l’economia globale si sta trasformando in una competizione tra grandi regioni economiche o, come le definirebbe l’analista Parag Khanna, “Imperi”, è necessario che l’UE si comporti come tale,in modo da attirare nella propria orbita partner economici che tutto vogliono, meno che perdere la possibilità di vendere le proprie merci a un mercato di 500 milioni di potenziali consumatori.

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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