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Unione europea e Russia: scaramucce commerciali con un ingombrante vicino

L’Unione europea sta mostrando crescente fermezza con la Russia su diversi dossier di politica commerciale, a quasi un anno dall’ingresso del Paese nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Il Commissario alla Fiscalità e alle questioni doganali Algirdas Šemeta ha inviato giovedì 25 luglio una lettera al direttore dell’Ufficio Doganale Federale russo Andrey Belianiniv chiedendo che siano revocati i controlli aggiuntivi sui camion che Mosca intende istituire dal 14 agosto al fine di ridurre la frode doganale, che secondo i russi riguarda il 41% dei traffici e distoglie circa 500 milioni di euro di gettito all’anno. La Commissione contesta tali stime e ritiene che la possibilità di richiedere garanzie aggiuntive ai vettori, quali l’obbligo di fornire un itinerario dettagliato, avere garanzie finanziarie sulle merce o venire scortati fino a destinazione, rappresenti una violazione della Convenzione internazionale del trasporto su gomma, della quale sia l’UE sia la Russia sono firmatari. Il rischio, come rileva Šemeta, è che il fardello così imposto sugli autotrasportatori risulti in lunghe file nei punti di controllo, come avvenne nel 2008 quando la Russia provò a imporre una misura simile e fu costretta a fare rapidamente marcia indietro, e porti quindi a pesanti distorsioni nel commercio con l’Unione.

La disputa si aggiunge al più serio caso delle tasse per il riciclo degli autoveicoli, introdotte in Russia nel 1 settembre 2012, pochi giorni dopo l’ingresso nell’OMC, sulla quale l’Unione ha lanciato il suo primo caso formale all’organizzazione ginevrina lo scorso 9 luglio. La questione è particolarmente delicata poiché si tratta in tutta evidenza di una misura di natura protezionistica – la tassa grava infatti su tutti i veicoli importati dall’UE ma non su quelli prodotti in Russia – e discriminatoria – il Kazakhstan e la Bielorussia sono esenti in quanto membri dell’Unione doganale euroasiatica. Le argomentazioni che l’UE porterà allo Strumento di Risoluzione delle Controversie, qualora i 60 giorni di consultazioni bilaterali che ora hanno inizio non portassero alla rimozione o rimodulazione della misura, sono quindi a prima vista piuttosto convincenti. Il problema per il Commissario De Gucht sta principalmente nei lunghi tempi previsti per le decisioni e nelle ripercussioni politiche che potrà avere questa nuova disputa, che si aggiunge alla vera e propria guerra commerciale, combattuta a colpi di antidumping, in corso con la Cina dallo scorso giugno.

La tassa sul riciclo dei veicoli importati è stata oggetto di lunghe discussioni tra gli Stati membri dell’Unione: a fronte di una condanna unanime della misura, le posizioni divergevano riguardo alla politica da adottare per ottenere il ritiro della stessa da parte delle autorità russe. I timori di possibili rappresaglie si sono però affievoliti con il passare del tempo e l’insuccesso dei diversi tentativi di dialogo della Commissione, in particolare in seguito alla promessa, disattesa da parte del governo russo, di cancellazione della tassa che era stata raggiunta nel vertice del Dicembre 2012. Un altro summit ha avuto luogo lo scorso 3-4 giugno a Yekaterinenburg, dedicato alla relazione strategica tra i due giganteschi blocchi territoriali, senza che venissero raggiunti risultati particolarmente rilevanti. La questione non è stata formalmente discussa, ma la tempistica della decisione della DG Commercio lascia supporre che un ultimo tentativo possa essere stato tentato.

L’importanza della misura deriva dallo squilibrio commerciale che l’Unione europea ha con la Russia per via delle importazioni di energia. Tra gli attivi più importanti nella bilancia commerciale vi sono proprio le esportazioni di macchinari e veicoli, ad uso personale o industriale, per un valore di 10 miliardi di euro all’anno. L’importo richiesto agli importatori è piuttosto elevato: la tassa genera infatti 1.3 miliardi di euro di entrate per lo Stato russo. La misura aggrava quindi il deficit commerciale e rafforza di conseguenza il ricatto geopolitico sul gas che Mosca continua a giocare con diverse capitali europee, Berlino e Roma in testa. Inoltre, la misura comporta una perdita di vendite, fatturato ed occupazione in tutti i Paesi europei che esportano veicoli di qualsiasi tipo in Russia. È, con ogni probabilità, soprattutto l’imperativo di perseguire la crescita e la creazione di posti di lavoro in ogni politica dell’Unione ad aver incoraggiato Bruxelles nell’alzare la voce nei confronti dell’ingombrante vicino russo.

In foto da sinistra, Vladimir Putin, Herman Van Rompuy e Manuel Barroso al summit Ue – Russia nel dicembre 2012 (© Council of the European Union)

L' Autore - Shannon Little

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