giovedì , 16 agosto 2018
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WTO: l’UE e le dispute con Russia e Cina

Nubi scure aleggiano minacciose sopra la libertà dei commerci, come sempre avviene in periodi di disarticolazione geoeconomica e scarsa crescita globale. È con quest’ottica – tutta politica, ma con importanti conseguenze nell’attività economica di tutti i giorni – che bisogna leggere le ultime notizie di politica commerciale che provengono da Bruxelles, entrambe riguardanti il WTO (World Trade Organization) di Ginevra.

Istituita nel 1995 sulle ceneri del vecchio General Agreement on Tariffs and Trade (GATT), il WTO è un’organizzazione internazionale creata per supervisionare numerosi accordi commerciali tra gli Stati membri. Vi aderiscono ben 159 Paesi, a cui se ne aggiungono 25 con ruolo di osservatori, per una rappresentanza di circa il 97% del commercio mondiale di beni e servizi.

L’Unione Europea opera a livello comunitario in questa arena, il che significa che gli Stati nazionali non hanno voce autonoma nell’organizzazione, ma agiscono attraverso Bruxelles, cui hanno a tutti gli effetti delegato per intero la gestione della politica commerciale. Aspetto cardine di detta politica per tutti i Paesi che ne fanno parte, che si affianca a quello per certi versi più noto dei negoziati per gli accordi di libero scambio, il WTO è l’istituzione internazionale preposta alla soluzione formale delle dispute, che possono riguardare per esempio il livello delle tariffe oppure l’imposizione di dazi punitivi nei confronti di prodotti venduti in regime di dumping (ossia a un prezzo inferiore al costo di produzione effettivo).

Per quanto riguarda il primo caso, il 25 febbraio l’UE ha presentato una richiesta presso il WTO per l’istituzione di un panel nei confronti della Russia per risolvere la questione delle tariffe eccessive imposte su una serie di prodotti tra i quali carta e cartone, frigoriferi, e olio di palma. Mosca aderì al WTO nell’agosto 2012 e dopo appena pochi mesi aveva introdotto una serie di misure in contrasto con gli obblighi assunti al momento dell’ingresso, misure che avrebbero apportato danni agli esportatori europei per circa 600 milioni di euro all’anno.

Il mancato rispetto, in particolare, degli impegni in termini di livelli tariffari è fonte di preoccupazione a livello generale, perché costituirebbe in effetti una violazione di uno dei principi cardine del WTO. A seguito di consultazioni infruttuose, tenutesi a Ginevra verso la fine dell’anno scorso, l’UE non aveva quindi altra scelta che procedere alla fase successiva del meccanismo di risoluzione delle dispute. Si tratta del quarto caso lanciato contro la Russia in sede WTO in soli due anni e mezzo.

Differente il caso della Cina, sulla quale si riporta invece la vittoria della posizione di UE e Giappone in merito alle tariffe “anti-dumping” imposte da Pechino sui tubi in acciaio inox senza saldatura ad alta performance. Non è la prima volta che a Ginevra l’Unione prevale sul gigante asiatico in materia di protezione commerciale. Secondo il report pubblicato il 13 febbraio, la Cina non avrebbe infatti dimostrato in maniera convincente né che la produzione di tali tubi in Europa e Giappone venisse in qualche modo sussidiata, né che si fosse arrecato un danno all’industria cinese. I due elementi sono necessari affinché si possa parlare di dumping e sia possibile, pertanto, porvi rimedio con tariffe eccezionali.

L’Italia è un Paese a forte vocazione all’export e con un’importante presenza in Russia. Nonostante le tensioni geopolitiche abbiano scosso non poco i mercati tradizionalmente più importanti per il Bel Paese, la presenza di un giudice imparziale a Ginevra, e di un avvocato preparato e influente a Bruxelles, è una garanzia di fondamentale importanza per le imprese esportatrici, che al massimo possono criticarne la lentezza. A questa però, guardando alla giustizia italiana, dovrebbero purtroppo essere abituate.

L' Autore - Shannon Little

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