giovedì , 16 agosto 2018
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Afghanistan al voto: fine dell'”era Karzai” e della presenza occidentale?

Sabato 5 aprile tredici milioni di cittadini afghani saranno chiamati a votare il loro nuovo Presidente. Durante la preparazione delle elezioni sono emerse in particolare due preoccupazioni: la prima, più scontata, legata alla necessità di garantire la sicurezza di coloro che si recheranno alle urne, la seconda il rischio, piuttosto fondato, di brogli. È già noto, infatti, che dei tredici milioni di aventi diritto al voto, dodici si sono già registrati nelle strutture all’uopo adibite. Sono stati però numerosi i casi di registrazioni doppie, o anche di registrazione di uno stesso elettore in più di una circoscrizione. Ad Herat, ad esempio, il numero dei votanti registrati supera addirittura il numero dei residenti, così come a Ghor dove i registrati son pari al 103% degli aventi diritto.

La possibilità di illeciti in occasione del voto di sabato è ben nota, malgrado sia stata predisposta una missione di osservazione elettorale, ma l’obiettivo è quello di contenerli e allentare la tensione nel Paese, evitando che diventino pretesto per una destabilizzazione violenta. Nelle ultime settimane però, malgrado le forze di sicurezza afghane coadiuvate dal sostegno internazionale siano in stato di allerta, sono aumentati i casi di violenza, soprattutto ad opera dei talebani. Esempi recenti sono l’attacco ad un hotel che ospitava una missione di osservatori (che hanno già lasciato l’Afghanistan) e l’offensiva scatenata, ad una settimana dal voto contro la sede di Kabul della Commissione Elettorale afghana.

Dal punto di vista politico le elezioni vedranno confrontarsi otto candidati. Inizialmente erano ventisette, ma sedici sono stati esclusi per difetti di forma e tre si sono ritirati negli ultimi giorni. Tra gli esclusi anche l’indipendente Quayum Karzai, fratello del Presidente uscente. Con la sua esclusione un primo risultato di queste elezioni è certo: l’Afghanistan ha superato “l’era Karzai”, iniziata nel dicembre 2001 con l’elezione di Hamid Karzai.

A contendersi il posto di Presidente rimangono ora: il “democratico riformista” Abdullah Abdullah, leader della Coalizione Nazionale Afghana; Abdur Rab Rassoul Sayyaf (dell’organizzazione wahabita Islamic Dawah), il conservatore Qutbuddin Hilal (indipendente supportato dal partito islamista Hezb-e Islami Gulbuddin), Ashraf Ghani Ahmadzai (riformista indipendente supportato dal partito socialdemocratico Aghan Mellat, dal National Islamic Front e da altre formazioni minori); Zalmay Rassoul (indipendente centrista appoggiato, dopo il suo ritiro, dal “filo-occidentale” Quayum Karzai). Inoltre Hidayat Amin Arsala, Gul Agha Sherzai e Daud Sultanzoy.

Finanziati soprattutto dal governo americano, i primi sondaggi danno come possibili vincitori Abdullah Abdullah, già in corsa per le scorse elezioni presidenziali, dato al 25-30%, e Ashraf Ghani Ahmadzai, anch’egli tra il 25 e il 30%. Al terzo posto dovrebbe seguire Zalmay Rassoul, che con il sostegno accordato dal maggiore dei fratelli Karzai potrebbe attestarsi intorno al 15%. Il testa a testa decisivo sarebbe però tra i primi due. In base a queste rilevazioni si possono anche delineare le possibili implicazioni per i contingenti occidentali ancora presenti nel Paese.

Gli Stati Uniti hanno infatti ancorato la loro permanenza in Afghanistan alla garanzia di poter lasciare nel Paese 10.000 uomini svincolati dalla giurisdizione afghana, rispondenti esclusivamente a Washington. Oltre ogni dichiarazione di facciata, una simile clausola sarebbe stata accettata solo da Karzai. Zalmay Rassoul, sebbene sostenuto dallo stesso Karzai (e qualora dovesse superare le previsioni dei sondaggi), non avrebbe la forza per soddisfare questa richiesta. Sarebbe invece scontato il diniego di Abdullah Abdullah: fiancheggiato da un signore della guerra di etnia hazara e da un militante del movimento hizb-i-Islami e vincolato quindi al loro sostegno, dovrà obbligatoriamente perseverare nella retorica anti-occidentale. Anche l’intellettuale Ashraf Ghani Ahmadzai non si è mai dichiarato a favore della permanenza degli occidentali.

La missione ISAF si direbbe dunque al tramonto e dovrebbe giungere al termine entro dicembre. Insieme ai 34.000 statunitensi dovrebbero fare ritorno a casa anche i restanti 24.000 uomini provenienti in prevalenza da Paesi europei. Ad ogni modo, con la fine del mandato di Hamid Karzai, a prescindere dalla presenza o assenza dell’Occidente, la sfida principale per l’Afghanistan sarà quella di sapersi adattare al nuovo corso politico.

Nell’immagine, un afghano mostra il dito sporco di inchiostro, simbolo di chi si è recato alle urne. Metodo usato per evitare il voto doppio. L’uso di inchiostro difficile da rimuovere lavando le mani ha avuto però un inconveniente: rendere facilmente individuabile, e quindi oggetto di ritorsioni, chi si era recato alle urne (photo: Wikimedia Commons).

L' Autore - Aldo Carone

Laureato con lode presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha condotto la propria tesi di laurea utilizzando un approccio multidisciplinare utile a descrivere da diverse prospettive le politiche di sicurezza e difesa dell'Unione Europea. Ha frequentato corsi presso la London School of Economics and Political Science, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e l'Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI). Attualmente è iscritto al corso magistrale di Relazioni Internazionali - curriculum di Strategia e Conflitti Internazionali – presso l'Università Alma Mater Studiorum di Bologna. Per Europae si occupa di tematiche relative alle politiche europee di sicurezza e difesa, di relazioni UE-USA e di conflitti internazionali.

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