lunedì , 19 febbraio 2018
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Ai confini dell’UE: la Georgia ad un bivio

Due alternative: Mosca o l’Occidente. Ma l’attuale situazione politica georgiana, più che ad un bivio, sembra paragonabile ad un labirinto. Da una parte infatti l’UE e la NATO, che per dar seguito al percorso di integrazione chiedono alla Georgia una distensione nei rapporti con la Russia. Dall’altra proprio Mosca, per cui la parola distensione sembra sinonimo di inglobamento e di rinuncia, da parte georgiana, alle aspirazioni europee ed atlantiche.

Georgia e Russia non intrattengono rapporti diplomatici dal 2008, allorquando si arrivò anche allo scontro armato. In tale occasione la Georgia, per porre fine alla guerriglia dei movimenti indipendentisti in Abkhazia e Ossezia del Sud – che duravano fin dal 1991 – aveva deciso di occupare in modo massiccio i due territori, scatenando la reazione russa (l‘Abkhazia è abitata per il 10,8% da russi, per il 43,8% da abcasi, gruppo comunque russofono, e per il 23,8% da georgiani, l’Ossezia per il 66,2% da osseti, russofoni, e per il 29% da georgiani). Una controffensiva che portò in pochissimo tempo i carri russi quasi alle porte di Tbilisi. A seguito di questa rapida ma sanguinosa guerra, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud si proclamarono indipendenti, venendo riconosciute solo dalla stessa Russia e da pochi altri Stati, e affidarono la loro difesa e la sorveglianza delle frontiere a Mosca. Fondamentale per il cessate il fuoco fu il ruolo dell’UE, che promosse anche l’invio di una missione di pace, la EUMM.

Una possibile svolta nei rapporti russo-georgiani si era intravista dopo le elezioni dell’ottobre del 2012 e la vittoria del miliardario Bidzina Ivanishvili, che alla guida della coalizione “Sogno Georgiano” aveva sconfitto il Movimento Nazionale (UNM) di Mikheil Saakashvili (che rimane Presidente della Repubblica), al governo da un decennio e di posizioni filo-occidentali. Ivanishvili invece guidava una coalizione sostenuta anche dalla minoranza russofona e dalla locale chiesa ortodossa, che vede nella Russia un modello morale da seguire per frenare il diffondersi dei “corrotti valori” dell’Occidente.

Il nuovo corso della politica georgiana sembrava poter portare in effetti ad aperture da parte di Mosca, come la fine dell’embargo per il vino e l’acqua minerale prodotti in Georgia e delle restrizioni al transito dei cittadini georgiani sul suolo russo. Piccoli passi avanti nel dialogo quindi, ma non quella svolta filo-russa che, nelle intenzioni di qualcuno, a Tbilisi e Mosca, doveva portare all’adesione della Georgia all’Unione Euro-asiatica (ed all’unione doganale con altri paesi ex-sovietici) ed alla rinuncia agli accordi con l’UE.

Al contrario lo scorso 7 marzo il Parlamento georgiano ha approvato una risoluzione in cui ribadisce che i principali obiettivi programmatici del Paese sono la firma dell’Accordo di Associazione con l’UE (la Georgia fa già parte dell’Eastern Partnership insieme ad Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Moldavia e Ucraina) e l’adesione alla NATO (si punta al Membership Action Plan entro il 2014, la Georgia è ad oggi il paese non-NATO più presente in Afghanistan, circa 1500 uomini di stanza nell’Helmand). Già avanzata invece la richiesta di adesione alla Comunità Energetica Europea, che prevede il collegamento tra le infrastrutture energetiche dei paesi membri (ad oggi i 28 + 6) ed è voluta dall’UE per creare un’alternativa al monopolista russo Gazprom.

La scelta di Ivanishvili di mantenere sostanzialmente inalterati gli obiettivi stabiliti dal vecchio governo dell’UNM è quasi obbligata. Innanzitutto il suo governo non ha la forza politica per imprimere una sterzata in senso opposto: la sua maggioranza non è coesa e il sistema istituzionale georgiano assegna molte competenze al Presidente della Repubblica – i ministri dell’interno e della difesa ad esempio non rispondono al premier ma direttamente a lui -, cioè proprio a Saakhashvili. Inoltre un’adesione all’Unione euro-asiatica comporterebbe, per la Georgia, la rinuncia a tutti i vantaggi economici derivanti dalla propria posizione geografica, che ne fa un crocevia per il gas proveniente dall’Azerbaigian e diretto in Europa attraverso la Turchia.

Paradossalmente quindi, come detto, Ivanishvili si ritrova con lo stesso dilemma del suo predecessore: migliorare i rapporti con la Russia per arrivare ad una piena integrazione nell’UE e nella NATO. Con Mosca che però non sembra interessata ad un dialogo che non comporti una scelta netta da parte georgiana di rinuncia all’integrazione nella sfera d’influenza europea ed occidentale. In tale ottica si può leggere il rafforzamento, da parte delle guardie di frontiera russe, del confine tra Ossezia del Sud e Georgia, mediante l’installazione di una concertina che impedisce il transito di persone e merci. E che congela nuovamente i rapporti russo-georgiani.

Motivo di preoccupazione per l’UE, che si unisce a quella per l’arresto dell’ex premier Merabishvili e di altri esponenti dell’ex-governo, accusati di corruzione, per i quali l’Unione (è del 22 maggio la dichiarazione congiunta Ashton- Füle) si è affrettata a chiedere un processo equo e trasparente, che allontani qualsiasi sospetto di epurazione per motivi politici.Tanta carne al fuoco insomma per il Commissario all’Allargamento Štefan Füle , che in settimana sarà in visita a Tbilisi. E c’è anche da fare in fretta: ad ottobre in Georgia sono previste le elezioni presidenziali. Non è detto che in caso di nuova vittoria di “Sogno Georgiano”, la vena filo-europea della Georgia risulti ancora così scontata.

In foto, l’incontro dello scorso novembre fra Catherine Ashton e il premier georgiano Bidzina Ivanishvili (©European External Action Service – EEAS)

L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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