domenica , 18 febbraio 2018
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Algeria: l’esito delle elezioni sembra già scritto

È cominciata con un mistero la corsa alle elezioni presidenziali in Algeria: Rachid Nekkaz, l’attivista franco-algerino che a ottobre aveva rinunciato alla cittadinanza francese per candidarsi alla guida del Paese, non è riuscito a depositare la sua candidatura, in quanto sarebbero scomparse le 62 mila firme raccolte in suo sostegno. I fogli sono poi stati ritrovati, pochi giorni dopo la scadenza del termine utile, sparpagliati per terra in una strada secondaria della capitale.

Lo staff di Nekkaz ha dichiarato che le cartelle sarebbero state sottratte, mentre dal governo il tutto è stato etichettato come una messinscena dell’(ex)candidato, ideata perché in realtà non sarebbe stato raggiunto il numero di firme necessario ad ufficializzare la candidatura. Qualunque cosa sia davvero successa, un dato di fatto è che in tal modo si è chiamato (o è stato chiamato) fuori dai giochi il primo avversario del Presidente uscente Abdelaziz Bouteflika che, con un filo di voce appena percepibile e una dichiarazione pubblica di circa 15 secondi (la prima dalla fine del 2012), ha annunciato la propria candidatura per il quarto mandato.

Alla fine saranno dunque dieci i candidati che concorreranno per l’elezione alla presidenza del Paese, in vista della chiamata al voto del prossimo 17 Aprile. Tra questi, nomi rilevanti sono senza dubbio quello di Ali Benflis, ex premier attorno al quale sta facendo quadrato l’opposizione, e Louisa Hanune, storica leader del Partito dei lavoratori. Le chances che qualcosa davvero cambi nel Paese dopo queste elezioni paiono tuttavia davvero poche e le diverse centinaia di osservatori stranieri presenti in Algeria in occasione del voto lasciano ben comprendere quanto siano elevati i timori di brogli.

Nel paese in questi giorni stanno avendo luogo manifestazioni di protesta contro la candidatura, per l’eventuale quarto mandato, di Bouteflika, resa possibile grazie a una modifica last-minute della Costituzione. Le dimostrazioni di piazza sono finora finite con la dispersione della folla e l’arresto di numerosi presenti, tra cui anche alcuni giornalisti. Il sentimento popolare che tuttavia pare prevalere è quello della paura: gli algerini non hanno di certo dimenticato il terribile decennio nero e lo stato d’emergenza revocato, dopo 19 anni, solo nel 2011.

Benché le cose di recente siano migliorate, la sicurezza personale è ancora percepita dalla maggior parte della popolazione come precaria e nient’affatto tutelata. Basti pensare che delle migliaia di persone scomparse durante gli anni del terrorismo ancora non si sa nulla, e, dopo che la Carta per la Pace e la Riconciliazione nazionale del 2005 assolse tutti senza fare luce su che cosa accadde realmente in quegli anni nel Paese, oggi le famiglie dei dispersi, riunite in diverse associazioni, non possono neanche battersi per cercare la verità. Le riunioni di questi enti sono state infatti vietate.

In questo quadro poco rassicurante, il vecchio presidente Bouteflika, malato e dato addirittura per morente fino a poche settimane fa, sarà il candidato dell’establishment. Per quale motivo accanirsi su questo settantasettenne a stento capace di reggersi in piedi? In realtà la figura del “civile” Bouteflika è sempre stata una figura di comodo, che ha mascherato negli anni la vera faccia del potere in Algeria, in mano principalmente ai militari e al Fronte di Liberazione Nazionale, lo storico partito che governa il paese dall’indipendenza (1962). La realtà algerina è resa ulteriormente complessa dalla realtà tribale che è alla base del potere nei diversi wilayas, le province in cui è diviso il paese.

Bouteflika essenzialmente mette tutti d’accordo, mentre una sua morte o una sua scomparsa dalla scena politica comporterebbero il rischio di una faida tra le varie fazioni per affermare la propria egemonia. Per tutelare l’attuale status quo il Presidente va dunque rieletto, malgrado Bouteflika non sia di fatto più in grado da mesi anche solo di fingere di guidare il Paese. Per questo motivo alcuni giuristi algerini hanno dichiarato di essere pronti a depositare un documento che ribadisca l’interdizione all’esercizio del potere per il Presidente uscente.

In tutto ciò l’Europa osserva con attenzione, la Francia in particolare. Ciò che accadrà nelle prossime settimane in Algeria, in effetti, è rilevante non solo per la stabilità interna del Paese, ma anche per quella dell’intera area nordafricana, dal momento che dopo la caduta di Gheddafi e l’affermazione del caos in Libia, l’ultimo stato gendarme del Sahara è rimasto, nel bene o nel male, proprio l’Algeria.

Nell’immagine un elettore osserva i manifesti elettorali (© Magharebia, www.flickr.com)

L' Autore - Sara Monetta

Laureata in Scienze Politiche, curriculum Studi sull'Asia e sull'Africa. Studiosa, nel suo piccolo, di politica internazionale, Unione Europea e Medio Oriente. è giornalista pubblicista e collabora con Radio Base e con il quotidiano Le Cronache del Salernitano. Il suo motto è "Insisti che si può fare"

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