lunedì , 19 febbraio 2018
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Armenia e Georgia: buoni rapporti oltre la religione

Il Caucaso è molto eterogeneo etnicamente. Benché la regione sia tristemente nota per i vari conflitti interetnici, la sua storia parla di una lunga coesistenza pacifica tra popoli diversi. Gli armeni avevano una forte presenza in molte aree della regione: a fine Settecento la popolazione di Tbilisi era per tre quarti armena. La regione storica del Javakheti, appartenente alla Georgia (in armeno è chiamata Javakh), è ancora oggi popolata in larga maggioranza da Armeni.

La religione cristiana aveva ed ha ancora un ruolo fondamentale nell’identità nazionale armena e georgiana, ed ha rappresentato per secoli il legame tra questi popoli e l’Europa. Sono però due Chiese molto particolari. La Chiesa Apostolica Armena si scisse da Roma e da Costantinopoli già nel 451 con il Concilio di Calcedonia. La Chiesa Ortodossa Georgiana, pur avendo avuto stretti legami con Costantinopoli, è comunque autocefala, cioè non riconosce alcuna superiore autorità terrena.

Dopo decenni di relativa calma, le questioni nazionali tornarono a turbare la Transcaucasia in seguito alla perestrojka. Il primo Presidente della Georgia indipendente, Zviad Gamsakhurdia, salì al potere con il sinistro slogan “la Georgia ai Georgiani”. Una politica ostile alle minoranze che trovò l’appoggio della Chiesa Georgiana, che assunse un peso anche politico molto rilevante. In quel periodo emerse la questione dei monumenti armeni in Georgia. In epoca sovietica lo Stato aveva confiscato molte proprietà della Chiesa Armena: non solo chiese, ma anche palazzi, musei e altre testimonianze della presenza armena in Georgia. Proprietà e monumenti che dopo l’indipendenza lo Stato georgiano aveva ri-consegnato non alla Chiesa Armena, ma a quella Georgiana. Da allora la Chiesa Apostolica Armena richiede che le venga trasferita la proprietà di cinque chiese a Tbilisi ed una ad Akhaltsikhe, nel Javakheti.

La settimana scorsa il Ministro della Cultura armeno Asmik Pogosyan si è recata in visita ufficiale a Tbilisi e ha visitato due delle chiese in questione in compagnia del Vice Ministro georgiano alla cultura Badri Bagration ed al direttore dell’Agenzia Nazionale per la Tutela del Patrimonio Culturale, Nikoloz Antidze. Entrambe le parti hanno dichiarato che la questione della proprietà delle chiese non è stata all’ordine del giorno. Si è parlato invece della manutenzione e del restauro delle stesse, di cui si occupa un gruppo misto di specialisti armeni e georgiani, che lavora per preservare il patrimonio culturale sul territorio georgiano, secondo quanto stabilito dalla Convenzione Europea per la Protezione del Patrimonio Archeologico del Consiglio d’Europa, firmata da entrambi i Paesi.

Benché la delicata questione della proprietà delle chiese rimanga irrisolta, i due Paesi stanno riuscendo a cooperare condividendo valori liberali: lo Stato ha il dovere di preservare il patrimonio presente sul proprio territorio a prescindere dall’etnia o dalla religione alla quale esso è legato. Scelte in linea con quelle legate alle politiche sulla nazionalità. Con la Rivoluzione delle Rose nel 2003 la Georgia ha adottato una politica delle nazionalità inclusiva. Per il movimento di Saakashvili il concetto di nazionalità georgiana è legato ai valori dello Stato georgiano, non all’etnia o alla religione. Molti temevano che questo approccio sarebbe venuto meno con la salita al potere del Sogno Georgiano presso il quale la Chiesa ha un peso notevole.

Grazie anche alle pressioni dell’UE, che pone il rispetto delle minoranze come condizione per la firma dell’Accordo di Associazione, sembra che la Georgia voglia lasciarsi alle spalle la triste esperienza del micro-imperialismo zviadista e fare propri i valori della tolleranza e del rispetto delle diversità. L’UE ha parte del merito della democratizzazione della Georgia, ma il riavvicinamento con l’Armenia non è tanto una conseguenza della cooperazione regionale nel quadro del Partenariato Orientale, quanto dell’interesse nazionale di Erevan nel mantenere rapporti cordiali col vicino georgiano. Attraverso la Georgia transita infatti il 75% del commercio estero armeno.

Tra Armenia e Azerbaijan i rapporti sono infatti differenti. Il limite della Politica Europea di Vicinato è l’essere più che altro una politica bilaterale tra l’UE e ognuno dei Paesi coinvolti. Sarebbe invece opportuno premere molto di più sulla cooperazione regionale, come fatto nei Balcani Occidentali. Il punto di inizio potrebbe essere un impegno concreto per la risoluzione del conflitto del Nagorno Karabakh.

Nell’immagine, la chiesa armena del Sacro Cuore a Tbilisi (© Felix Khachatrian, Wikimedia Commons)

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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